Dieci anni di Tax Control Framework: si aprono le porte alle piccole e medie imprese
Una gestione efficace del rischio rappresenta una componente fondamentale di qualsiasi strategia aziendale. Nel contesto fiscale, ciò si traduce nella capacità dell’impresa di prevenire, gestire e risolvere potenziali controversie con l’Amministrazione finanziaria attraverso strumenti strutturati e trasparenti. In questo quadro si inserisce il Tax Control Framework (TCF), il modello di controllo interno volto a identificare e mitigare i rischi fiscali, ormai giunto al suo decimo anno di applicazione in Italia.
L’evoluzione del TCF trae origine dal dibattito internazionale promosso dall’OCSE, che nel 2008, con il rapporto “Study into the Role of Tax Intermediaries”, ha tracciato i principi fondamentali della cooperative compliance, un approccio innovativo basato sulla collaborazione tra autorità fiscali e contribuenti. L’obiettivo di tale rapporto è ridurre i conflitti, migliorare la compliance e promuovere un clima di reciproca fiducia. Il nuovo regime sposta l’attenzione dal controllo ex post alla “prevenzione” ex ante, ovvero consente un confronto preventivo tra amministrazione finanziaria e contribuente.
L’Italia ha formalmente recepito questo orientamento con la Legge Delega n. 23 del 2014, che ha previsto l’introduzione di strumenti per una gestione preventiva e cooperativa del rapporto fiscale. La svolta normativa è arrivata con il Decreto Legislativo 128/2015, che ha istituito il regime dell’adempimento collaborativo, riservato inizialmente ai grandi contribuenti (con ricavi superiori a 10 miliardi di euro).
Nel 2016 sono state pubblicate le prime linee guida sul TCF, pensate per orientare le imprese nella progettazione e nell’implementazione di un sistema efficace di controllo fiscale interno. Queste linee guida, pur non avendo valore normativo, costituiscono uno strumento di supporto essenziale.
Nel 2023, con la Legge Delega n. 111, il regime ha conosciuto un importante ampliamento. Uno degli obiettivi chiave della riforma è stato infatti l’estensione del TCF anche alle imprese di dimensioni medio-grandi, abbassando la soglia minima di accesso a 750 milioni di euro di ricavi o fatturato annuo. Dal 2024 è dunque operativo il cosiddetto TCF volontario, destinato ad aprirsi progressivamente anche a platee più ampie.
I vantaggi per le imprese aderenti non sono trascurabili: dalla riduzione delle sanzioni amministrative alla non punibilità per infedele dichiarazione, a condizione che vi sia disclosure preventiva e trasparente con l’Amministrazione finanziaria.
Nonostante i progressi, permangono criticità significative. A dieci anni dalla sua introduzione, molte imprese sollevano dubbi riguardo ai costi di implementazione del TCF, alla complessità operativa – in particolare per le imprese di dimensioni inferiori – e, soprattutto, alla mancanza di un elenco ufficiale dei certificatori, elemento fondamentale per garantire l’affidabilità e l’efficacia del processo di validazione dei sistemi di controllo interno.
Di questo si è discusso il 5 giugno 2025 durante il seminario tenutosi all’Università La Sapienza di Roma, alla presenza di Vincenzo Carbone, Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Carbone ha ribadito l’importanza strategica dell’adesione al TCF, non solo per i benefici fiscali, ma anche per il valore reputazionale che ne deriva. Inoltre, ha sottolineato l’opportunità per le imprese di considerare l’Amministrazione finanziaria come un vero e proprio consulente.
Infine, il Direttore ha assicurato che l’elenco dei certificatori sarà predisposto in tempo utile per consentire il rilascio delle certificazioni entro la fine dell’anno, aprendo così una nuova fase di maggiore operatività e accessibilità del regime.




