Con la Guerra Commerciale arriva il matrimonio tra Apple e India
L’India, con la sua lunga tradizione di matrimoni combinati, si appresta a celebrarne un altro destinato a far parlare di sé, il quale unirà la filiera produttiva di Apple con il settore manifatturiero indiano.
Secondo le indiscrezioni rilanciate dal Financial Times, Apple si starebbe adoperando per spostare parte della sua produzione dalla Cina all’India entro il 2026, onde evitare di rimanere ferita dal fuoco amico proveniente da Washington in tema di dazi.
La catena produttiva di Apple, da quasi vent’anni ormai pressoché tutta made in China, ad oggi sarebbe soggetta a un rincaro pari al 145% per via delle tariffe introdotte da Donald Trump nei confronti del Dragone, generando un’incertezza che sembra già essere costata una perdita di circa 700 miliardi di dollari al colosso americano, seppur in attesa dei report trimestrali che sapranno darne maggiore contezza.
Ad oggi gli Stati Uniti coprono circa il 28% del mercato degli iPhone, assurgendo così a mercato principale su base nazionale, e pertanto il trasferimento di alcune unità produttive di Apple in India permetterebbe alla big company di Cupertino di mitigare le possibili difficoltà economiche, e al vecchio Zio Sam di continuare a fruire dei prodotti tanto amati senza un eccessivo rincaro, poiché altrimenti, rebus sic stantibus, la versione base dell’iPhone 17 Pro Max proveniente dalla Cina sfiorerebbe i 3.000 dollari. Onde evitare ciò, abbiamo visto tutti le foto degli aerei carichi di iPhone diretti dalla Cina verso gli Stati Uniti per “importare” quanto più possibile prima dei rincari, ma – come in una dichiarazione d’amore démodé – non basterebbero gli aeroporti di tutto il Nord America per trasportare tutti i prodotti che occorrerebbe spostare, dunque sembra inevitabile dover costruire il piano B all’ombra del Taj Mahal.
A limare i dettagli del matrimonio, entro i confini di una partnership molto più ampia, ci starebbe pensando JD Vance, l’ormai onnipresente vice di Donald Trump che la scorsa settimana si è recato in visita in India, da dove ha parlato di “progressi significativi” verso un accordo commerciale tra i due Paesi. Negli ultimi anni infatti anche altri colossi statunitensi come Google, hanno ampliato le loro attività in India, e, il mese scorso, Starlink di Elon Musk ha stipulato accordi con due dei principali operatori di telecomunicazioni indiani per la fornitura di servizi internet satellitari.
I negoziati di Modi con l’amministrazione USA si inseriscono nell’ambito di una linea politica con cui sicuramente in primis si vogliono evitare i dazi reciproci di Trump, in particolare in alcuni settori strategici, ma, oltre agli effetti a breve termine, la politica economica di Nuova Delhi così indirizzata rappresenta una sfida significativa per il governo del Paese, che, aprendo a Occidente, spera di rilanciare un’economia con potenzialità senza pari e generare posti di lavoro con una ripresa trainata dalle esportazioni.
Tornando al fronte Apple, va rilevato come l’India non sia un terreno così estraneo come si pensa al colosso di Cupertino, il quale infatti ha iniziato ad assemblare lì i propri iPhone già nel 2017 per quanto riguardava il modello SE, nonché alcuni modelli di punta nell’ultimo biennio. Tuttavia, nonostante la produzione indiana di iPhone sia iniziata da quasi un decennio, il presunto trasferimento di unità dalla Cina all’India comporterebbe comunque un costoso aumento degli sforzi di Apple, e presumibilmente almeno un raddoppio della produzione negli stabilimenti indiani, i quali ad oggi non sarebbero sicuramente in grado di sostenere l’intero carico di lavoro che viene svolto in Cina, neanche se questo si limitasse solo alla fase dell’assemblaggio.
In conclusione appare legittimo anche domandarsi come mai un colosso a stelle e strisce come Apple, messo alle strette dai dazi “patriottici” di Trump, preferisca cambiare meta sempre rimanendo nel contesto asiatico piuttosto che tornare a casa per fornire un ottimo prodotto made in USA, che straccerebbe senza sforzo tutti gli altri concorrenti presenti sul mercato.
La questione apre a un’inquietante realtà testimoniata già dal caso Purism, vale a dire un’azienda che nello scorso decennio ha intrapreso un percorso per produrre smartphone negli Stati Uniti: questo esperimento ha ben evidenziato le enormi difficoltà che si incontrano oggi in un ciclo produttivo “all’occidentale”, dovute non tanto a una questione di costi – che, beninteso, sottendono anche a una scelta politica e a un alto posizionamento del prodotto sul mercato, per cui il governo nazionale avrebbe tutto l’interesse ad ammortizzare tali costi in cambio di un fuoriclasse in squadra – ma anche a una questione di competenze, know-how direbbero a Cupertino, per cui oggi è impossibile fare a meno della conoscenza cinese e di alcuni loro materiali (le famose terre rare).
In questo modo il trasferimento di Apple in India ci racconta sicuramente gli effetti della guerra commerciale, ma se oltre al dito vogliamo guardare anche la luna, la stessa vicenda testimonia anche il brain drain che l’Occidente ha avuto in favore di un’Oriente sempre più preparato e competitivo, per cui oggi neanche la terra che ha dato i natali al capitalismo e all’iPhone sarebbe in grado di produrli come li producono a Pechino.




