Trump contro i Paesi che applicano Web Tax: tra questi, anche l’Italia
Donald Trump ha rilanciato la sua battaglia contro le tasse sui servizi digitali imposte da diversi paesi, definendo le politiche fiscali di paesi come Italia, Francia e Spagna, un’“estorsione” nei confronti delle aziende americane. Con un memorandum firmato venerdì 21 febbraio, il presidente statunitense ha avviato un nuovo ciclo di indagini, incaricando il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, di rivedere le pratiche fiscali di diversi paesi che adottano le cosiddette “Web Tax”. Trump ha avvertito che la sua amministrazione è pronta ad adottare misure punitive, come l’imposizione di dazi, per proteggere le compagnie americane da quelle che considera politiche fiscali discriminatorie.
Le accuse di Trump: una guerra economica contro le imprese Usa
Secondo la Casa Bianca, i governi che impongono queste tasse stanno penalizzando le imprese e i dipendenti americani, invece di concentrarsi sul supporto delle proprie economie interne. Trump ha dichiarato che l’economia degli Stati Uniti non sarà utilizzata come una fonte di entrate per i paesi che non sono riusciti a sviluppare il proprio successo economico. Con il suo memorandum, il tycoon ha riaffermato la sua posizione, dichiarando che non permetterà ai governi stranieri di appropriarsi della base imponibile degli Stati Uniti. Una mossa che si inserisce in un contesto di crescente protezionismo commerciale.
La posizione dell’Italia e il fallimento dell’accordo globale
La web tax, introdotta in vari paesi a partire dal 2020, ha sollevato polemiche a livello globale. L’Italia, che ha implementato una tassa del 3% sui ricavi da servizi digitali, è stata identificata come una delle nazioni sotto osservazione. Il governo italiano aveva cercato di trovare un accordo con l’amministrazione Trump, ma ora, con l’intensificarsi delle indagini, il clima è cambiato. Trump ha deciso, infatti, di riprendere le indagini avviate nel suo primo mandato, contro paesi come Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna, Turchia e altri, accusandoli di adottare pratiche fiscali ingiuste nei confronti delle aziende statunitensi.
Nel 2021, sotto l’amministrazione Biden, le indagini sulla web tax erano state sospese a causa dei negoziati in corso sotto l’egida dell’OCSE, mirati a riformare la tassazione delle multinazionali a livello globale. L’accordo prevedeva una redistribuzione dei profitti in base al luogo in cui venivano realizzati. Tuttavia, nonostante il progresso iniziale, l’accordo è rimasto incompleto, e il secondo pilastro che stabiliva una tassa minima globale del 15% ha incontrato ostacoli. Trump ha criticato l’accordo, rifiutandosi di ratificarlo e ritirando gli Stati Uniti dalla negoziazione.
Possibili ritorsioni
Con l’assenza di una soluzione fiscale globale, Trump ha minacciato di adottare misure protezionistiche. Le nuove indagini potrebbero portare all’imposizione di dazi su beni provenienti dai paesi accusati di discriminare le aziende americane con le loro politiche fiscali. In particolare, Trump ha dichiarato che l’aliquota IVA potrebbe essere trattata come una barriera commerciale, con l’intenzione di applicare dazi reciproci contro i 170 paesi che la impongono. Le indagini del rappresentante commerciale degli Stati Uniti sono appena cominciate e potrebbero richiedere diversi mesi, ma il clima di incertezza sul futuro delle politiche fiscali internazionali è ormai evidente.




