Spirale prezzi-salari: Il rischio nell’aumento degli stipendi e l’obiettivo del 2%
La discesa del tasso di inflazione degli Stati Uniti rappresenta una prima tangibile positiva manifestazione dei risultati della politica monetaria restrittiva introdotta dalla FED, Banca centrale degli USA.
Il dato riguarda l’inflazione headline del mese di ottobre.
In particolare, il tasso, al lordo delle componenti più volatili, come i beni alimentari e i costi per le materie energetiche, è sceso al 3,2%. Meglio di quanto ci si aspettasse.
Ma la vera sorpresa è stata sul tasso di inflazione core, che esclude invece le componenti più volatili. Questo tasso ha raggiunto il 4%, contro il 4,1% atteso dagli analisti, rappresentando il livello più basso di inflazione core dell’ultimo biennio.
La politica monetaria restrittiva delle banche centrali
Per contrastare la dirompente inflazione dell’ultimo periodo, sono state adottate importanti politiche monetarie restrittive dalle banche centrali.
Una politica monetaria restrittiva viene attuata mediante l’aumento dei tassi di interesse. L’aumento dei tassi di interesse, sebbene abbia lo scopo di ridurre la circolazione del denaro ed evitare la svalutazione della moneta, indirettamente, comporta un aumento generale dei prezzi.
Ed è questo il quadro al quale stiamo assistendo recentemente: l’effetto principale sui consumatori e sulle famiglie è, inevitabilmente, il caro vita.
L’intenzione delle banche centrali è quella che l’inflazione sia vicina al 2%, il compromesso migliore per incentivare i consumi ma con una svalutazione monetaria non troppo pressante.
Gli studi della Banca Centrale Europea, basati su una serie di simulazioni, mostrano come un obiettivo di inflazione del 2% presenti buoni risultati in termini di stabilizzazione nel lungo periodo del livello medio dell’inflazione verso il mantenimento di una varianza contenuta dell’inflazione ed una riduzione della frequenza di episodi in cui si raggiunge il limite inferiore.
L’obiettivo del 2% è fondamentale per il mantenimento della stabilità dei prezzi.
Effettivamente, il calo dell’inflazione negli Stati Uniti rappresenta un buon indice di ripresa rispetto al pesante aumento dei tassi di interesse adottato dalla FED.
Ciò lascia ben sperare anche per le economie dell’area Euro, dopo gli aumenti effettuati dalla BCE.
Il rischio spirale tra prezzi e salari
A giugno, il presidente americano Joe Biden esortava le imprese che lamentavano difficoltà nel trovare manodopera al suon di “Pay them more!”. (Pagateli di più!).
Hanno poi dato parecchio nell’occhio, a partire da quest’estate, gli scioperi dei lavori statunitensi.
I lavoratori delle più grandi multinazionali si sono organizzati e sono scesi in piazza, reclamando salari compatibili con il costo della vita e delle migliori condizioni di lavoro.
I dipendenti americani strizzano sempre di più l’occhio ai sindacati.
In un contesto, come quello attuale, in cui il mercato del lavoro non può più ignorare il potere dei lavoratori, è chiaro che l’appoggio dei sindacati avvalori maggiormente la causa dei dipendenti americani: basti pensare che lo sciopero di ottobre di circa 75.000 lavoratori della Kaiser Permanente, che si è protratto per circa tre giorni, è diventato il più grande sciopero di sempre nel settore sanitario statunitense.
Tuttavia, da un punto di vista macroeconomico, la rivendicazione e l’introduzione di un salario più alto potrebbe innescare un complicato meccanismo prezzi-salari.
Il pericolo dell’aumento salariale dei lavoratori, in quanto attori nel sistema economico, è la spirale prezzi-salari, che implicherebbe un ulteriore aumento dei tassi, ancora più marcato.
Se l’aumento dei salari è scaturito da un aumento della produttività, l’effetto è positivo e l’inflazione dovrebbe diminuire. Ma se l’aumento dei salari è concesso per permettere di tenere il passo con il caro vita, l’effetto non sarà positivo poiché le aziende, di fronte all’aumento del costo del lavoro, potrebbero essere costrette ad aumentare i prezzi dei beni e servizi offerti.
Questo circolo vizioso viene definito dagli economisti con il nome di spirale prezzi-salari.
L’obiettivo ideale è quello di sconfiggere quanto prima l’inflazione, per evitare la spirale prezzi salari. La parte più difficile, secondo gli economisti, sarà proprio quella di compiere l’ultimo tratto per portare l’inflazione dal 4% al 2%. Questo anche a causa delle pressioni dei lavoratori.
Il pericolo di una spirale prezzi-salari, se non gestito attentamente, potrebbe compromettere gli sforzi attuati per raggiungere l’obiettivo del 2% di inflazione.
In questo scenario, la speranza di una ripresa economica sostenibile si intreccia con la necessità di equilibrare le aspettative dei consumatori e delle imprese.
La vigilanza e la prudenza nelle politiche salariali e monetarie diventano, dunque, cruciali per evitare ostilità ai progressi ottenuti, garantendo al contempo il benessere dei lavoratori e la stabilità dell’economia nel lungo periodo.




