BAZAR GRECO: dove acquistare a prezzi di realizzo

di Roberto Mattei

Un viaggio particolare nel mondo della finanza pubblica dell’Eurozona, alla luce degli ultimi avvenimenti nel Paese ellenico, cercando di capire cosa potrebbe accadere, nella peggiore delle ipotesi, allo Stato e a suoi cittadini.

Da alcuni mesi il mondo intero guarda con attenzione la grave crisi finanziaria che sta attraversando la Grecia, ipotizzando un imminente default (fallimento) dello Stato dagli scenari apocalittici per l’intera zona euro. Circa un anno fa, la Grecia ha ricevuto dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale un prestito in 5 tranche, da 110 miliardi di euro, per scongiurare un eventuale fallimento dello Stato. L’ultimo pacchetto da 12 miliardi di euro sarà consegnato presumibilmente nel mese di Luglio. A complicare le cose, anche il debito di 6,8 miliardi in scadenza nel mese di giugno, per cui è probabile che vengano allungate le scadenze del debito e che venga chiesto ai creditori di rinunciare alla metà dei propri capitali.

Come vediamo una situazione che suscita preoccupazione per la tenuta del paese, soprattutto dopo che la S&P (Standard and Poor’s Corporation), una sussidiaria di McGraw-Hill, una delle più importanti agenzie di rating del mondo, ha revisionato il rating del Paese portandolo da BB- (area di non investimento. Speculativo) a B (altamente speculativo) e la stessa identica cosa giurano di fare la Fitch Ratings Ltd e la Moody’s Corporation. Anche l’Italia non naviga nell’oro, visto che la Standard and Poor’s ha variato l’outlook assegnato all’Italia da stabile a negativo mentre la Moody’s ha fatto sapere di essere intenzionata a declassare l’Italia nelle stime di crescita economica, collocando sotto revisione il rating – attualmente nella classe Aa2 – del paese. Notizie tutt’altro che incoraggianti sono pervenute nei giorni scorsi anche da Jean-Claude Juncker, il primo ministro lussemburghese presidente dell’Euro-gruppo che, in un’intervista rilasciata al giornale tedesco  Suddeutsche Zeitung  sabato scorso, ha fatto sapere che «il fallimento della Grecia potrebbe infettare Portogallo e Irlanda e poi, a causa del debito pubblico elevato anche Belgio e Italia, addirittura prima della Spagna».

Dinanzi a una simile situazione, anche la persona più disinteressata in materia di economia diventa prevenuta e diffidente, chiedendosi, fra sé e sé, cosa potrebbe mai accadere in caso di crack finanziario di uno Stato. Vediamo allora di capirci qualcosa, spiegando con parole semplici le cose che di primo acchito potrebbero sembrare complesse, come quei termini tecnici destinati agli addetti ai lavori che, diffusi dai media, coinvolgono inevitabilmente tutta l’opinione pubblica, in parte ignara di cosa stia realmente avvenendo. L’euro è la valuta ufficiale dei diciassette paesi che attualmente aderiscono Unione Economica e Monetaria, cioè: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna. L’insieme degli stati membri dell’Unione Europea che adottano la moneta unica viene informalmente detta euro-zona o eurolandia. Per poter accedere alla nuova valuta, gli stati membri devono rispettare dei criteri, in gergo detti anche “parametri di Maastricht”:

  1. deficit del prodotto interno lordo pari o inferiore al 3%;
  2. rapporto debito/PIL inferiore al 60%;
  3. tasso di inflazione non superiore di oltre 1,5 punti percentuali rispetto a quello medio dei tre stati membri a più bassa inflazione;
  4. tassi di interesse a lungo termine non superiori di oltre 2 punti percentuali rispetto alla media dei tre stati membri a più bassa inflazione;
  5. appartenenza per almeno un biennio al Sistema Monetario Europeo.

 

All’inizio, tuttavia, vennero compresi anche gli stati membri dell’UE i cui parametri avevano dimostrato la tendenza a poter rientrare nel medio periodo all’interno dei criteri stabiliti dal Trattato. In particolare, all’Italia e al Belgio fu permesso di adottare subito l’euro anche in presenza di un rapporto debito/PIL largamente superiore al 60%. Il debito pubblico è rappresentato da tutte le forme di indebitamento  che un Paese contrae con individui, imprese e banche per coprire i suoi deficit, situazioni in cui le uscite dello stesso superano le entrate. Per poter coprire la spesa pubblica, alcuni soggetti, come quelli precedenti enunciati, prestano denaro allo Stato mediante l’acquisto di obbligazioni (dette anche titoli di stato) e in cambio del prestito, lo Stato si impegna a pagare uno specifico tasso d’interesse per la durata dell’obbligazione. Sia i titoli obbligazionari che le imprese vengono classificati in base allo loro rischiosità, attraverso un metodo denominato rating.

Solitamente viene espresso un voto in lettere, in base al quale il mercato stabilisce un premio per il rischio da richiedere all’azienda per accettare quel determinato investimento. A mano a mano che si scende nel rating (cioè più il giudizio è basso), aumenta il premio poiché il rischio è maggiore. I rating sono periodicamente pubblicati da società specializzate, dette appunto “agenzie di rating”, come quelle precedentemente enunciate: Standad & Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings. Un declassamento del rating di aziende o soggetti pubblici particolarmente indebitati, ha la conseguenza a breve termine di provocare un rialzo degli interessi applicati ai prestiti in corso e quindi un aumento degli oneri finanziari. Il debitore potrebbe cedere beni immobili e mobili di sua proprietà a prezzi di realizzo per evitare un ulteriore peggioramento del rating che potrebbe indurlo al fallimento. Da non trascurare anche il fatto che potrebbero esistere soggetti che pubblicano il rating e nel contempo svolgono attività bancaria di investimenti.

In questi casi, in cui  esiste un evidente conflitto di interessi da parte della banca stessa, la classificazione potrebbe essere utilizzata per attività speculative in borsa cioè per cercare di realizzare utili profitti – anticipando i movimenti del mercato con un orizzonte temporale di breve periodo – acquistando a prezzi che non rispecchiano il valore reale del bene. Facciamo un esempio. La Grecia deve coprire la propria spesa pubblica. Per farlo vende obbligazioni. In questa maniera, come già spiegato all’inizio, lo Stato acquisisce del contante con cui pagare i debiti subito. Il prestito ricevuto, il Paese lo rimborsa dopo un periodo di tempo prefissato con i relativi interessi. A lungo andare, però,  la nazione ellenica non sarà più in grado di far fronte ai debiti e agli interessi che questi maturano e di conseguenza, per poter restituire il denaro, la Grecia sarà costretta a svendere gli apparati dello Stato a multinazionali e banche che spoglieranno il paese dei suoi beni, finché non resterà più nulla e lo stesso sarà costretto a dichiarare fallimento. Con il crack finanziario, il Paese dovrà a questo punto metter mano sui propri conti, aumentando le tasse o tagliando le spese.

Ciò significa che le pensioni e i salari dei dipendenti pubblici subiranno delle vere e proprie sforbiciate. I titolari di obbligazioni non avranno più l’opportunità di incassarle e perderanno ogni speranza di tornare in possesso del capitale investito, a meno che lo Stato non opti per una ristrutturazione del titolo, prendendo cioè nuovi accordi con gli investitori (corresponsione di cifre più basse o dilazionate, restituzione ritardata del titolo, ecc.). Anche le Banche se la vedranno brutta. Difatti tra i creditori dello Stato vi sono anche gli istituti di credito e di conseguenza, se la Grecia non riuscirà a restituire loro il denaro prestato inizialmente, questi si troveranno in seria difficoltà. Nel frattempo, le agenzie di rating, con i loro continui declassamenti “allarmeranno” l’opinione pubblica che si riverserà nelle banche in massa per ritirare i propri averi, lasciando gli istituti senza liquidità e dando per questo il colpo di grazia che ne provocherà il fallimento. Ricordiamo che questo è solo un esempio di quello che potrebbe accadere. Abbiamo preso come riferimento la Grecia poiché è il paese di cui in questi mesi si è parlato molto, ma avremmo potuto prendere come riferimento anche l’Italia o tutti gli altri paesi dal debito pubblico astronomico.

Un monito per tutti i governanti affinché siano responsabili ed operino per il bene del popolo sovrano.

 

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