Dazi è la parola più bella per Donald Trump, ma lo è anche per l’economia statunitense e internazionale?
Il tema dei dazi doganali ha acquisito rinnovata centralità nel dibattito di politica economica internazionale, in un contesto caratterizzato da instabilità geopolitica, ristrutturazioni delle catene globali del valore e recrudescenza di strategie neo-mercantiliste. Pur configurandosi formalmente come prelievi fiscali, i dazi differiscono sostanzialmente dalle imposte tradizionali per funzione economica, finalità politica e impatto redistributivo.
Cosa sono i Dazi doganali e cosa li distingue dalle imposte?
I dazi doganali sono tributi applicati all’importazione, in chiave nazionalista, e, più raramente, all’esportazione in chiave anti dumpiana, di beni e servizi, con l’intento di incidere direttamente sul prezzo relativo dei beni esteri rispetto a quelli prodotti internamente. A seconda della loro struttura, si distinguono in:
- Dazi ad valorem: calcolati in percentuale sul valore dichiarato della merce importata;
- Dazi specifici: determinati in base a una misura fisica, come peso, volume o unità;
A differenza delle imposte interne, i dazi sono strumenti tipici della politica commerciale e sono funzionali a obiettivi quali: i) la protezione dell’industria nazionale, ii) la difesa dell’occupazione, iii) la promozione di settori strategici e iv) l’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Tali prelievi, pur generando un gettito fiscale, perseguono finalità prevalentemente allocative e distributive piuttosto che fiscali in senso stretto.
La distinzione tra dazi e imposte si colloca sia sul piano giuridico-fiscale che su quello economico-strutturale.
I dazi sono uno strumento di politica economica con il quale uno Stato incide sulla bilancia dei pagamenti e indirettamente sul suo PIL; mentre le imposte sono tributi che consistono in un prelievo coattivo di ricchezza dal cittadino o “contribuente” volto a finanziare i servizi pubblici generali a ridurre la liquidità monetaria nel sistema economico del paese in cui queste vengono disposte e a permettere che lo Stato continui ad essere solvibile rispetto le spese generali che esso ha. Sotto il profilo teorico, i dazi, pertanto, sono riconducibili alla categoria delle barriere tariffarie, il cui effetto tipico è l’alterazione del vantaggio comparato, teorizzato da Ricardo nella sua teoria di politica economica del 1817, con conseguente perdita di efficienza allocativa nel lungo periodo. Tuttavia, in specifiche condizioni, essi possono assumere un ruolo strategico, come suggerito dalla teoria dell’industria nascente di Friedrich List o dalla politica commerciale strategica di Krugman, 1986.
Esistono Dazi buoni e Dazi cattivi ?
La valutazione dei dazi richiede una riflessione contestualizzata al momento storico in cui uno Stato decide di introdurli; alle finalità di politica economica che lo stesso intende perseguire nonché al trade-off che l’applicazione dei Dazi potrebbe avere nelle scelte economiche.
Fatta questa doverosa considerazione, i dazi possono essere considerati economicamente e politicamente giustificabili se attuati in ottica di Antidumping ovvero quando proteggono contro pratiche di concorrenza sleale, come l’esportazione a prezzi inferiori ai costi di produzione, lesive della concorrenza interna. Un’altra attuazione considerata “positiva” potrebbe riguardare i dazi in ottica ambientale, come ad esempio Carbon Border Adjustment Mechanism con il quale l’applicazione dei dazi vanno ad internalizzare esternalità negative promuovendo un level playing field tra Paesi con standard ambientali differenti. Infine, i dazi possono essere strategici quando mirano a salvaguardare settori essenziali per la sicurezza nazionale o tecnologicamente sensibili, come ad esempio i semiconduttori e le infrastrutture critiche.
D’altra parte, si definiscono “tossici” quei dazi che, pur potendo generare consenso politico nel breve periodo, compromettono l’efficienza economica e le relazioni multilaterali come, ad esempio, i Dazi punitivi e ritorsivi, ovvero quelli utilizzati come strumento di pressione diplomatica, come quelli Trumpiani, con elevati costi di sistema. Altre categorie di dazi “negativi” sono: i dazi regressivi, ovvero quelli che colpiscono beni di largo consumo, amplificando la disuguaglianza; oppure i dazi protezionistici generalizzati che favoriscono rendite di posizione e inefficienze produttive interne.
L’utilizzo dei dazi doganali come strumento di politica economica impone una riflessione attenta sui trade-off tra efficienza e protezione. In un contesto globale in trasformazione, con crescenti pressioni verso la deglobalizzazione selettiva, è probabile che il ricorso a barriere tariffarie assuma una funzione crescente. Tuttavia, l’efficacia di tali strumenti dipende dalla loro coerenza con obiettivi di lungo periodo, dalla capacità amministrativa degli Stati e dal rispetto delle regole multilaterali.
Un uso selettivo e strategico dei dazi, ancorato a criteri di equità, sostenibilità e resilienza economica, può rappresentare una leva utile in una fase di transizione dell’economia globale. Viceversa, un uso indiscriminato o politicamente strumentale rischia di compromettere la stabilità commerciale e l’efficienza complessiva del sistema economico.




