Sophie Calle al MAXXI: Matrimoni, Rotture e Funerali inclusi

Sophie Calle è al MAXXI con Matrimoni, Rotture e Funerali inclusi, a cura di Simona Antonacci, dal 16 ottobre al 7 febbraio 2027 nella Galleria 2. Il museo la presenta come la più ampia monografica mai realizzata in Italia sull’artista: otto progetti, dal 1978 al 2026, a cui si aggiunge una tomba nuova al Cimitero Acattolico per gli Stranieri. Il tema è nel titolo: il momento in cui qualcosa finisce, un amore, una vita, un progetto.
Il percorso si apre con Dolore squisito, nella prima parte della galleria. Un pannello a parete spiega in calce, come nei dizionari, che in medicina la parola indica un dolore acuto e ben localizzato. Calle lo localizzò con precisione. Il 25 ottobre 1984 partì per un viaggio senza sapere che quel giorno dava inizio a un conto alla rovescia di novantadue giorni, e che in fondo ci sarebbe stata una rottura. Banale, dice lei, ma allora la più dolorosa della sua vita.
Tornata a Parigi prese a raccontarla a chiunque, chiedendo a ognuno, in cambio, il proprio dolore più grande. Il patto era che sarebbe finita quando la storia si fosse consumata a forza di ripeterla, o quando la sua pena, accanto a quelle degli altri, si fosse ridimensionata. Tre mesi dopo era guarita. Per timore di una ricaduta abbandonò il lavoro, e lo riprese quindici anni più tardi.
C’è una geometria sottile negli affetti quando si misurano con il tempo che declina, un’aritmetica in cui le scadenze dei viaggi si sovrappongono alle ore sospese dell’addio. Calle annota queste corrispondenze con rigore, quasi che il conteggio dei giorni e degli spazi potesse trattenere ciò che svanisce: la sequenza dei mesi, i passaggi provvisori nelle stanze d’albergo, fino all’estremo congedo accanto alla madre, immortalato nel tentativo di fermare l’ultimo respiro e conclusosi nel bianco dell’Artico, dove l’artista ha deposto una fotografia della madre e i suoi gioielli per realizzare simbolicamente il desiderio materno di raggiungere quel luogo.
Nel Catalogo ragionato dell’incompiuto del 2023 si fa i conti con ciò che resta: “progetti abbandonati, idee interrotte, tentativi falliti e opere rimaste allo stato di intenzione”, ordinati in un inventario sistematico per dare una forma alla fine e chiudere l’infinito.
Le radici di questo sguardo affondano tuttavia più lontano, tracciando una traiettoria che idealmente prende vita nel 1978 tra le lapidi di un cimitero californiano, dove l’artista fissava in scatti essenziali i ruoli estremi dell’esistenza –Padre, Madre, Sorella, Orfano -anticipando i temi di un’intera vita. Il viaggio espositivo si muove così lungo confini mobili, dai frammenti nascosti dietro le tende ricamate della serie Perché agli sguardi di chi a Istanbul incontra per la prima volta il mare con Voir la mer, fino a quell’intervento permanente voluto dal MAXXI nel Cimitero Acattolico per gli Stranieri, custode silenzioso dei segreti dei viandanti.
Nello stesso periodo, la Sala Gian Ferrari ospita Campo aperto di Tatiana Bilbao, nono capitolo del ciclo NATURE. L’architetta attinge alle antiche ritualità del gioco della pelota per plasmare un ambiente da attraversare, fatto di volumi inclinati e di un pilastro verticale che si tende verso l’alto. Lo spazio si apre alla collettività e accoglie alcune presenze dalla collezione del museo, mettendo in dialogo le forme del Labirinto dei ragazzi dello studio BBPR con la ricerca performativa de Il Commutatore di Ugo La Pietra.
Così, tra le architetture dell’addio e i dispositivi della presenza, il MAXXI si fa teatro di una sotterranea geografia della perdita e della relazione. Se Calle scava nella vertigine dell’assenza e nell’arte di inventariare le ferite per potercene finalmente congedare, Bilbao costruisce una soglia condivisa in cui la memoria non è un monumento statico, ma un campo di forze da abitare insieme. Due modi speculari, eppure complici, di misurarsi con ciò che resta quando il tempo declina: da un lato l’ostinata precisione del ricordo individuale, dall’altro la ritualità collettiva che restituisce allo spazio la sua dimensione originaria di incontro.




