Campari e Pantoprazolo: la vita dopo i trent’anni racchiusa in due parole
Alessandro Cognigni ha presentato il suo primo spettacolo di stand up comedy Campari e Pantoprazolo il 16 maggio, al Teatro Belli di Roma. Si tratta del primo spettacolo del comico marchigiano, classe ’96, conosciuto sui social come Teatrinho. Campari e Pantoprazolo è il titolo dello spettacolo ed è anche un modo efficace per racchiudere in breve la vita di chi è arrivato alla soglia dei trent’anni o di chi l’ha già superata.
A ben pensarci, Campari e pantoprazolo vanno a braccetto, sono legati indissolubilmente, l’uno la cura dell’altro, racconta Cognigni. Il Campari lo usiamo per non avere a che fare con il pensiero dell’incertezza sul futuro, con il Pantoprazolo curiamo la gastrite causata dalla combinazione micidiale di Campari e incertezza sul futuro.

Ebbene sì, questa è la vita di chi oggi ha più di trent’anni, un periodo di crisi, di bilanci, una sorta di rito di passaggio. Un pendolo che oscilla tra Campari e pantoprazolo, tra responsabilità e voglia di evasione, tra il padel e l’arrampicata, tra il terrore di essere adulti e l’incapacità di lasciar andare, forse, la spensieratezza.
Alessandro Cognigni ci accompagna in questo viaggio. Si parte dall’esperienza della città per eccellenza in cui il capitalismo ha vinto, ossia Milano, tra il mito delle focaccine dell’Esselunga e i costi spropositati del mercato immobiliare. Poi si passa alle esperienze sessuali più che discutibili della vita fino ai trent’anni, che vedono il loro emblema in quel periodo magico chiamato Erasmus, un’esperienza che chi l’ha fatta non smette di raccontare anche a distanza di dieci anni al grido di “quello che succede in Erasmus rimane in Erasmus“.
Quello che succede in Erasmus al comico marchigiano è ben più che una semplice esperienza di vita, è anche un incontro con culture e religioni diverse, un incontro che prende avvio da quell’istinto che accomuna tutti i giovani di ogni tempo e di ogni provenienza quando si ha poco più di vent’anni: il sesso. Ma quello che succede in Erasmus nei classici “festini” in cui vige la regola del “Bring your own bottle” è descritto anche come l’esperimento più riuscito di comunismo: ognuno contribuisce secondo le proprie possibilità e riceverà indietro la sua parte da quello che gli altri hanno messo in comune.
Un monologo tagliente che mescola esperienza personale e critica sociale con sarcasmo, lucidità e un po’ di irriverenza, come nel caso della severa invettiva contro la categoria dei catechisti cattolici. Non è uno spettacolo motivazionale, ma uno spettacolo che dà uno squarcio sulla condizione dei trentenni del nostro tempo, che sono divisi, a metà. Ne esce fuori un ritratto, per certo stereotipato ma non troppo distante dal vero, di questi trentenni come persone alla ricerca di loro stessi, che tentano di capirci qualcosa, di venirne a capo e che, per venirne a capo, ricorrono più o meno alle stesse armi, agli stessi strumenti, dal padel (assai vituperato dal pubblico in sala!), all’arrampicata, al cammino zaino in spalla.
C’è, però, una soluzione che, forse, più di tutte segna lo spartiacque tra la vita prima e la vita dopo i trent’anni: la terapia. La vera divisione è tra chi ha deciso di andare e chi di non andare in terapia.
È uno spettacolo divertente, allegro, coinvolgente. Il pubblico, naturalmente composto da trentenni, ride, si diverte, si appassiona, partecipa, ha voglia di raccontare e condividere la propria esperienza. Non è uno spettacolo motivazionale, ma forse piuttosto uno spettacolo di coscienza collettiva, non sappiamo se si tratti di coscienza di classe, ma per certo, almeno, di coscienza generazionale.




