Spara, Spara, Spara! La Città dei Cannoni di Katsuhiro Ōtomo
Esiste un luogo velato dal fumo denso delle ciminiere, dove la quotidianità rispetta un unico, costante imperativo: caricare, mirare e sparare. È una metropoli-fortezza, la città nata dalla mente visionaria di Katsuhiro Ōtomo, in cui ogni gesto tende a seguire una liturgia di ferro e polvere da sparo finalizzata al mantenimento di una macchina bellica che si autoalimenta nel silenzio della ragione.Tale scenario prende corpo in Cannon Fodder(大砲の街, Taihō no machi), il capitolo conclusivo e più radicale di Memories, il film antologico del 1995 che analizza ed interpreta le inquietudini più profonde dell’animo umano. Se i primi due episodi della raccolta, intitolati Magnetic Rose e Stink Bomb, portano la firma rispettivamente di Kōji Morimoto e Tensai Okamura, qui a curare la sceneggiatura e i dettagli registici è proprio lo stesso Ōtomo. Quest’ultimo è considerato uno dei pilastri dell’animazione giapponese, avendo ridefinito i confini degli anime sul panorama internazionale. Ōtomo rimane celebre per la cura quasi ossessiva dei dettagli e per la capacità di fondere particolari architetture con le fragilità della mente umana. In Cannon Fodder, il suo tocco è riconoscibile, sporco ed in grado di far respirare un mondo meccanico dove oggetti e macchine diventano protagonisti tanto quanto gli esseri umani. La tonalità ocra, mescolata con il grigio del ferro, costituisce le uniche sfumature che colorano la routine alienata di una comune famiglia. La narrazione non si concentra infatti sul racconto delle gesta di grandi eroi, ma sulle azioni quotidiane di una mamma, di un papà e di un bambino intento ad imparare con voracità la trigonometria e il funzionamento dei numerosi cannoni ciclopici. Al telegiornale passano notizie generiche e ridondanti che non offrono né ai protagonisti né, tanto meno, agli spettatori, alcuna informazione sull’identità dei nemici oppure sul termine di una guerra che sembra essere infinita. In questo ingranaggio sociale, le donne sono consumate dall’ assemblaggio ritmico di munizioni lungo le catene di montaggio mentre gli uomini costruiscono, mantengono e puntano i cannoni verso una landa desolata costellata da crateri. Il cortometraggio cattura lo spettatore e lo trascina senza sosta, come in un unico piano sequenza, tra i vicoli bui e arrugginiti della città: un agglomerato di fabbriche e case sulle quali si impongono prepotenti i cannoni. Nel 1995, per ottenere la fluidità nello svolgimento delle sequenze, Ōtomo si è dovuto spingere oltre le tecniche dell’animazione tradizionale. Invece di adottare delle semplici tavole fisse per realizzare gli sfondi, lo Studio 4°C ha utilizzato degli enormi dipinti su cui il banco ottico poteva scorrere lentamente simulando il movimento tra le strade della città e le stanze della casa. L’illusione della tridimensionalità è stata resa sfruttando la cinepresa multipiano, posizionando i molteplici elementi su diversi livelli di profondità. I passaggi nel buio e i movimenti veloci dietro colonne di fumo, oppure all’interno degli ingranaggi, sono stati gli stratagemmi più efficaci per creare un montaggio invisibile. Non c’è sollievo da questa fredda visione per lo spettatore, il quale tende a sporgersi oltre le mura della città alla ricerca di un nemico reale e di un obiettivo concreto, che rimane, ancora una volta, inconoscibile. Le azioni ripetitive ingranate a partire dal grido “La vittoria è vicina!” rappresentano il riflesso di una drammatica realtà accolta con indifferenza e che risulta, per questo motivo, estremamente disturbante. Ōtomo non propone nessuna via di fuga dalla città dei cannoni, neanche attraverso l’immaginazione del bambino ridotta anch’essa al sogno ordinario di diventare il più abile tra i generali. Il fascismo, insieme a tutta la sua futilità, riverbera nelle scene opache dell’episodio, privando il pubblico di uno sguardo amico e di una luce tenue e calda. Lungo un tappeto sonoro composto da marce militari deformate e dai rumori frastornanti delle sirene, Ōtomo non ha voluto presentare né un inizio né una fine, solo la descrizione di una vita che scivola via aggrappata all’illusione costruita ad hoc dalla retorica dominante, di un nemico, forse inesistente. Mentre i grandi cannoni svettano come cattedrali profane sopra i tetti delle abitazioni e delle fabbriche, emerge silenziosa una domanda: contro chi, ancora, stiamo combattendo?




