Vittorio De Scalzi: la voce gentile del rock italiano
Ci sono artisti che attraversano la storia senza mai imporsi come protagonisti rumorosi, ma lasciando tracce profonde, riconoscibili, indelebili. Vittorio De Scalzi è stato uno di questi: un musicista elegante, curioso e sincero, che ha incarnato un’idea di arte come dialogo continuo — tra generi, generazioni e sensibilità diverse. La sua vita è stata un viaggio coerente dentro le metamorfosi della musica italiana, dal beat giovanile degli anni Sessanta fino alla piena maturità del cantautore riflessivo.
Nato a Genova nel 1949, De Scalzi appartiene a quella stirpe di artisti che la città ha saputo regalare alla canzone come un dono inaspettato: Tenco, Paoli, Lauzi, De André. Ma lui, rispetto a quei maestri, porta una cifra diversa — più collettiva, più musicale nel senso artigianale del termine. Quando nel 1966 fonda i New Trolls, ha appena diciassette anni, e la sua ambizione non è quella di cantare l’amore o la ribellione, ma di sperimentare. Con Concerto grosso per i New Trolls (1971), scrive una pagina che rimane unica: un ponte ardito tra rock e musica barocca, un dialogo con il maestro Luis Bacalov che rende possibile l’incontro tra Bach e la chitarra elettrica.
Eppure, dietro le impennate del prog e le armonie coraggiose, c’è sempre l’uomo, con il suo tono gentile e la sua capacità di ascoltare. De Scalzi ha vissuto la musica come un laboratorio di incontri, scrivendo, collaborando, scoprendo talenti, senza mai ergere muri di genere o di etichetta. Ha collaborato con Mina, Ornella Vanoni, Anna Oxa, Gianna Nannini, e persino con Fabrizio De André — a cui deve uno dei primi scambi creativi della sua carriera, quando fece da tramite per una delle versioni iniziali de La canzone dell’amore perduto.
Negli anni Ottanta e Novanta, quando il nome dei New Trolls si intrecciava a dispute, reunion e nuove formazioni, De Scalzi trovava la sua via personale: quella dell’autore che non invecchia, che continua a scrivere, a reinterpretare se stesso, a portare in tour i brani di una vita con lo stesso stupore dei vent’anni. La sua voce, un tempo acuta e vibrante, si era fatta più calda e pacata, ma conservava un’intimità inconfondibile.
Quando è scomparso nel 2022, si è chiuso un capitolo della nostra musica, ma non il suo eco. Nei suoi ultimi concerti acustici, tra una battuta ironica e un ricordo di palco, De Scalzi mostrava la serenità di chi ha saputo restare integro. La sua eredità è quella di un uomo che ha creduto nella bellezza senza rumore, nella ricerca senza ostentazione. E forse la sua lezione più grande è proprio questa: che la vera forza del rock, come della vita, sta nella gentilezza del gesto, non nel volume dell’amplificatore.




