Dal giallo al true crime: l’evoluzione di una vera passione italiana
C’è una moda in Italia che sembra non voler passare mai, una passione che accomuna l’italiano di ogni coorte da nord a sud. Una macabra e allo stesso tempo puritana ossessione verso i delitti efferati e di irrisolto epilogo.
Indagare l’inizio di una tale passione è come cogliere l’assassino in flagrante, non sarebbe divertente e non lascerebbe adito ad alcuna elucubrazione: vero sport nostrano. Nel nostro caso potrebbe aiutarci scandagliare gli ultimi grandi delitti mediatici di questi anni, ma anche in questo caso ci ritroveremmo a naufragare in un vero mare magnum. Più che altro, tenteremo di focalizzarci su quei nodi che, in qualche modo, hanno modificato il nostro modo di essere spettatori: voyeur del crimine, investigatori da salotto.

Si dibatte molto su quale caso italiano sia davvero stato dirimente nell’ampliare la platea di fruitori perché, in verità, della cronaca nera si è sempre amato discutere, in particolare quando si è trattato di delitti seriali o particolarmente efferati. Senza troppo andare indietro nel tempo, anche se, come vedremo, i richiami saranno notevolmente arcaici, ci sembra di scorgere nel delitto di Cogne un bivio essenziale. Quando nel 2002 uscì la notizia dell’uccisione di un bambino di soli tre anni, a Montroz, nella tranquilla Valle d’Aosta, l’indignazione, per un delitto che poi si scoprì essere particolarmente sanguinoso, si diffuse per l’intero stivale. Si scoprì infine, almeno per la giustizia italiana, che la mano assassina era quella della madre, novella Medea. Solo un anno prima, a Novi Ligure, era stata una figlia appena adolescente ad accoltellare e uccidere madre e fratellino. Il delitto in famiglia è sempre tra i più apprezzati.

Come accadde nel 2001, qualche anno dopo, in questo nord Italia sempre ricco di spunti, è un’altra insospettabile coppia quella accusata di una delle stragi più efferate degli ultimi anni, anche qui, un innocente infante tra le vittime. Il dubbio di un errore giudiziario, nel caso della strage di Erba, dopo quasi vent’anni, è tornato recentemente a insidiarsi con un tentativo avanzato e poi rigettato di revisione presso la Corte di Cassazione. Ma nel regno delle chiacchiere da cortile poco vale la sentenza di un giudice, in Italia è la vox populi ad essere sempre vox dei. Lo sa bene “il biondino dagli occhi di ghiaccio” che, ormai quasi scontata la pena, si vide piombare addosso una condanna popolare ben prima di qualsiasi processo.

Il problema di fondo risiede, come spesso accade, nello stomaco degli italiani. Prima abituati a pranzi luculliani di più portate, consumati con calma e in compagnia, ci volgiamo sempre più a un consumo bulimico e da fast food. I delitti è vero, non mancano mai, tuttavia la velocità alla quale si vorrebbe che lo spettacolo andasse non può e non deve accontentarci: ecco, dunque, che il delitto si fa serie tv, è a cadenza periodica: la prima stagione col grande lancio e le prime indagini, poi una pausa, gli aggiornamenti, nei casi più fortunati un indagato su cui far ricadere ogni colpa, il rinvio a giudizio, il processo. Ed ecco la serie di grande successo, allettante prodotto mediatico da vendere: il true crime, perdipiù live.

Il giallo – il cui termine è invenzione squisitamente italiana che dobbiamo al colore delle copertine della prima collana Mondadori che dedicò i propri volumi a quello che allora si chiamava solo poliziesco – ecco, il romanzo giallo ci insegnava ben altro: la pazienza dell’indagine, lo scrupoloso funzionamento dell’intelletto sopra la diceria. Dal capostipite uscito dalla penna di Poe, Auguste Dupin, ai grandi maestri come Holmes, Poirot e Maigret, fino a giungere alla scuola italiana con gli amati Montalbano e Schiavone. Il delitto, quando è possibile, lo si risolve in fretta, almeno nel tempo che ci vuole a leggere un romanzo; voi quanto ci mettereste?




