Il femminismo inglese: dalle suffragette alla guerra per come è fatta una donna
“La forma ha sempre distratto dalla sostanza”: con questa frase, ben contestualizzata in un colorato ma lucido discorso sul politicamente corretto e il movimento woke, Giorgio Montanini aveva anticipato da mesi il succo del dibattito sul tema LGBTQ+ che sta attualmente infiammando il Regno Unito.
Il comico, dichiaratamente e ostinatamente – verrebbe da dire “ancora” – comunista, intercettava e intercetta perfettamente l’opinione di una certa sinistra disorientata e sorpresa, sedotta e abbandonata da chi, dopo aver guerreggiato per anni come leader di quei movimenti a sostegno dei diritti e della giustizia sociale, ha fatto un’inversione a U senza freccia verso la direzione dei “diritti civili” e basta: null’altro oltre questi.
Regno Unito, 2004
Per capire meglio riavvolgiamo il nastro. Il Regno Unito nel 2004 conosce il GRC (Gender Recognition Certificate), vale a dire una misura che, sull’onda dell’identità di genere, permette di “cambiare le proprie generalità pubbliche”; nel 2010 poi viene varato l’Equality Act, cioè una “norma anti-discriminatoria” contenente delle tutele specifiche per varie “categorie di minoranze”, che chiaramente, come tutte le volte in cui si cerca di codificare le discriminazioni, rischia di discriminare qualcuno lasciandolo fuori, o peggio fare discriminati di serie A e discriminati di serie B, come nel caso che ha acceso il dibattito pubblico al di là della Manica.
Negli anni successivi all’Equality Act infatti, il governo scozzese di Nicola Sturgeon aveva dato indicazione d’interpretare le misure previste nella legge a tutela delle donne come comprensive nel loro orizzonte previsionale anche delle donne transgender in possesso di un GRC: sulla base di questa interpretazione politica, il Parlamento scozzese aveva allora promulgato una legge che vincolava la composizione dei consigli d’amministrazione degli enti pubblici a una soglia di “quote rosa” pari al 50%, intendendo però tali quote rosa non come donne in senso strettamente biologico, ma come donne nel più ampio senso giuridico. Sulla base di ciò nel 2018 l’associazione femminista “For Women Scotland” ha fatto ricorso avverso questa legge, sostenendo che la stessa fosse lesiva dei diritti delle donne cisgender, e dopo 7 anni si è finalmente arrivati a un punto di svolta sul tema.
Dopo due lunghe udienze è arrivata la complessa e corposa Sentenza della Corte Suprema del Regno Unito, che con le sue 88 pagine sottoscritte all’unanimità da un collegio composto da 5 membri, sia uomini che donne, ha chiarito come “i termini “donna” e “sesso” dell’Equality Act del 2010 si riferiscono alla donna biologica e al sesso biologico”.
La Sentenza è stata letta da Lord Patrick Hodge, giudice relatore del caso nonché vicepresidente della Corte, il quale con ormai rara saggezza ha raccomandato di non interpretare il dispositivo come il trionfo di una parte ai danni dell’altra, sottolineando come le norme britanniche assicurino comunque la piena protezione delle persone transgender da ogni discriminazione senza la necessità di estendere loro la definizione di donna e di forzare l’Equality Act, contenete peraltro delle specifiche tutele proprio per loro.
Nonostante l’avveduto monito di Hodge, fuori dall’aula diverse attiviste femministe hanno esultato e cantato festosamente all’ombra della statua della suffragetta Millicent Garrett Fawcett, accogliendo con favore l’esito fausto del ricorso presentato da For Women Scotland, che vede al suo interno come esponente di spicco J.K. Rowling, da anni in prima fila nella battaglia affinché i diritti delle donne trans non vadano a discapito delle donne nate biologicamente femmine.
Dall’altro lato però il gruppo attivista “Stonewall”, impegnato a sostegno della comunità LGBT, ha fatto anch’esso orecchie da mercante rispetto alle dichiarazioni della Corte, esprimendo preoccupazione “per le implicazioni di vasta portata dell’odierna sentenza della Corte Suprema, incredibilmente preoccupante per la comunità transgender e per tutti noi che la sosteniamo”, e incontrando sulla stessa linea d’onda anche il sostegno di Amnesty International, per cui escludere le persone transgender dalle tutele contro la discriminazione sessuale è in conflitto con le leggi sui diritti umani.
L’ardente passione che da anni muove il discorso sotteso alla pronuncia della Corte Suprema non è certo rimasta confinata oltre il Vallo di Adriano, tanto che esponenti ormai divenuti illustri in questo dibattito non hanno fatto mancare le loro preziose opinioni a riguardo, come Maria Rachele Ruiu, portavoce della onlus “Pro Vita e Famiglia”, la quale ha commentato la Sentenza sghignazzando “c’è voluta addirittura una sentenza della Corte Suprema del Regno Unito per ribadire cosa è una donna, cioè un essere umano adulto di sesso femminile, e non chiunque si auto-percepisca come tale[…]essere uomini o donne è un fatto incontrovertibile”. Ma non finisce qui. Il dibattito LGBTQ+ nel Regno Unito sarebbe così vivo anche “grazie” alle pressioni politiche del governo statunitense mosse a Londra per mezzo di JD Vance, il quale, secondo un’indiscrezione del quotidiano “The Independent”, avrebbe chiesto al primo ministro inglese Starmer di abrogare le leggi relative all’omofobia e alla transfobia, poiché ritenute contrarie alla libertà di parola, di religione e di espressione, nonché capaci di minare la stabilità della civiltà occidentale incardinata saldamente alla cultura cristiana: l’offerta – forse – irrinunciabile fatta da Vance a Starmer per convincerlo ad accettare? L’accordo commerciale privilegiato tra USA e UK: niente “libertà di parola” (intesa come libertà da woke e politicamente corretto), niente accordo.
Al di là delle implicazioni politiche però vien da chiedersi se sia questo il nobile epilogo della battaglia auspicato da chi diede la vita per il femminismo inteso come pari opportunità e pari dignità dei sessi: un’aspra lotta affinché la propria “minoranza” rimanga tale, a costo di scontrarsi con altre minoranze per rivendicare l’esclusività delle proprie tutele, molto più convenienti dei diritti poiché non presuppongono corrispondenti doveri.




