L’Argentina e il sogno del milodonte
Viviamo l’era delle mappe digitali e delle giungle cittadine, ormai consci di avere a portata di mano l’intero scibile umano, e così, dentro di noi rimane sopita, mai svegliata, quella sete di sapere che ci portò ben oltre le colonne d’Ercole. È forse morto il nostro spirito avventuriero?
L’errore di Colombo fu solo l’inizio, poi, le grandi scoperte geografiche, gli esploratori, il sogno di raggiungere terre inesplorate.

Quando parliamo di scoperta dell’America ci soffermiamo, non si sa il perché, alla parte del continente posto nord dell’Equatore, tuttavia, è la grande America Latina, la leggendaria terra che affascinò per secoli i viaggiatori europei.
La Storia ce lo insegna, le corone di Spagna e Portogallo si lanciarono fameliche sulle terre d’oltreoceano, ma nulla avremmo scoperto senza i viaggi di Amerigo Vespucci e la grande impresa di Magellano, il primo europeo a navigare tra le insidiose acque dell’omonimo stretto, tagliando le terre d’Argentina. E mentre venivano tracciati i nuovi confini di questa immensa terra piena di tesori e meraviglie esotiche, c’era chi, non pago di vedere i contorni della mappa, si addentrò nel continente.
I fiumi, ancor più dei mari, hanno da sempre significato molto per l’uomo e Juan Díaz de Solís non lo dimenticò quando, scoperta la foce del Rio de la Plata, proseguì verso l’entroterra, lasciandosi stregare dalle nuove leggende sulle immense ricchezze dei territori argentini.
Il nome stesso dell’Argentina richiama l’ambito metallo prezioso, così come molti altri nomi della sconfinata regione.

E mentre i secoli passavano e la pampa con i suoi manti di cortaderia selloana coprivano gli spazi vuoti delle nuove carte geografiche, l’Argentina stupiva con le sue aspre terre dell’estremo sud e quando perfino un altro continente, sul finire del XVIII secolo, toglieva il primato di terra nuova al mondo di Colombo, qualcosa continuava a richiamare lo spirito del viaggiatore estremo.

Così, i resti di un milodonte, preistorico e buffo mammifero, possono divenire secoli dopo, pretesto per l’ultimo grande viaggio. In Patagonia, celebre libro-confessione del britannico Bruce Chatwin, riesce bene nell’impresa di dare a quella terra magnifica che è l’Argentina la giusta aura di ultima terra da esplorare. Affascinato sin da piccolo dai fossili del piccolo animale estinto, Chatwin risveglio dentro di sé il viaggiatore che tutti noi abbiamo dentro.




