La Sicilia di Musson, ultimo erede del Grand Tour
Luogo senza tempo, dal tempo stesso maledetto, la Sicilia si impone nell’immaginario collettivo per quello che non è e non è mai stata. Ma la colpa è dei siciliani che da un lato la difendono a spada tratta, novelli paladini di una terra disgraziata; dall’altro la denigrano, espatriati reo confessi. L’isola, ombelico del Mediterraneo, non ha mai smesso di affascinare, scenografia perfetta di qualsivoglia epoca. Tappa indimenticabile di Odisseo, granaio dell’Impero Romano, araba, normanna, spagnola, monarchica, secessionista e poi mafiosa, mafiosa e mafiosa. Questo non vuole essere l’ennesimo articolo di lode o disprezzo per “l’isola incantevole” ma necessita premettere quanto sia difficile, oggi più che mai, parlare di questa terra senza cadere in stereotipi consolidati.
Pendragon aggira l’ostacolo e pubblica un reportage di viaggio ormai demodé ma di grande spessore. Il lavoro di Spencer C. Musson, inedito in Italia e pubblicato per la prima volta nel 1911 – molto prima della nascita di Savatteri, di Camilleri, di Sciascia – ci restituisce una Sicilia che non è più vicereame ma neanche regione d’Italia; è dei siciliani che non la vogliono ma la vivono.

Sicilia. L’isola incantevole non è una guida turistica, ma se le frontiere temporali fossero clementi dovrebbe esserlo. Il puntuale taccuino di viaggio ci restituisce alcuni itinerari che, mediati dallo sguardo colto dell’autore, ci lasciano rivivere una Sicilia che in fondo non hai mai smesso di esistere.
«L’Italia, senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto».
Probabilmente Goethe non aveva ancora terminato il viaggio in Sicilia quando nel 1787 scrisse questo appunto per il suo futuro libro Viaggio in Italia, fonte primaria per comprendere lo spirito con cui il Grand Tour veniva intrapreso sul finire del Settecento e negli anni successivi. Un pericoloso peregrinare tra le terre italiche che terminava col giro antiorario della Trinacria: approdo a Palermo, ripartenza da Messina. Lo spirito di Goethe, difatti, aleggia tra le pagine di Musson nonostante siano più prepotenti i richiami dichiarati della mastodontica Storia della Sicilia di Edward Augustus Freeman, pubblicata nel 1894, dentro la quale Musson si rifugia ogniqualvolta sente incerta qualche considerazione propria.

Non un semplice reportage ma uno studio etnoantropologico in grado di affondare le sue radici nella stratigrafica e complessa storia della Sicilia, l’occhio strizzato verso teorie lombrosiane ormai superate ma il bello di un’opera datata è anche saperla contestualizzare, così l’isola incantevole si veste di colori e odori non sempre lusinghieri, ricoperta di una prosa che lentamente scompare, sostituita dal lessico del viaggiare mordi e fuggi che tutto fa tranne donare il vero senso di un luogo, qualunque esso sia.

Il vero viaggiatore sa che non è il presente quello che ricerca ma le vestigia andate di un luogo che per primo governa il suo immaginario. Musson riesce nella sua impresa e ce ne fa dono, un po’ storico, un po’ flâneur, ci lascia con il desiderio di viaggiare sicuramente nello spazio e, indubbiamente, nel tempo.




