Non è mai il momento di pensare
Il fatto della guerra in Ucraina e il coinvolgimento emotivo e razionale che questa guerra suscita sono predominanti nel discorso pubblico attuale. Devono esserlo, poiché questa guerra (come ogni guerra) ci sorprende e tormenta, pone l’obbligo ineludibile di interrogarci sulla natura dei rapporti che costituiscono le nostre società e le interazioni fra queste. Capire come parlare della guerra, quale disposizione adottare difronte a questo fatto, ci può aiutare a comprendere che posizione assumere rispetto a eventi storici così tanto complessi come quello che stiamo vivendo oggi. Quello che si prova a suggerire in questa breve riflessione è una posizione critica e mai faziosa, interrogativa e mai assertiva. Una riflessione di metodo.
Una breve annotazione preliminare: quanto segue scaturisce dalla visione di un dibattito andato in onda tra personalità di rilievo all’interno del panorama intellettuale italiano. Giovedì 10 marzo è andato in onda un dibattito televisivo che vedeva come partecipanti il prof. Alessandro Orsini, Direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS e del quotidiano Sicurezza Internazionale, la prof.ssa Donatella Di Cesare, docente di filosofia teoretica all’Università di Roma La Sapienza, Paolo Mieli, storico, giornalista e saggista, Nathalie Tocci, politologa e Direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, già professoressa onoraria presso l’Università di Tubinga, e Mario Calabresi, giornalista e scrittore italiano, ex direttore del quotidiano La Repubblica.
Tema: che fare di fronte al disastro della guerra in Ucraina?
Senza entrare nel merito del dibattito, che richiederebbe profonda conoscenza in materia di affari internazionali, limitiamoci a fare una constatazione di metodo. Il dibattito si è contrapposto tra una fazione (Orsini/Di Cesare) che presentava un approccio che si interroga sulla natura e sulle cause del conflitto come elemento rilevante nella conduzione dell’attività politica di contrasto all’invasione russa. La seconda fazione (Mieli/Tocci/Calabresi) si ispirava invece a un modello più “pragmatico-interventista”, sostenendo la necessità di basarsi sul fatto concreto, senza domande, senza fronzoli esegetici: l’invasione dell’Ucraina, la guerra, i morti. Quest’ultimo metodo assume una logica binaria, c’è l’invasore (in questo caso Putin) e c’è l’invaso (il popolo ucraino), in base a questa polarizzazione si capisce di chi è la colpa e si punisce adeguatamente. Questo è quanto ci è concesso fare. Questo è quanto ci è concesso pensare.
Il metodo Orsini/Di Cesare contesta l’esaustività delle spiegazioni fondate su una logica binaria. Questo metodo alternativo assume il fatto come punto di partenza, per poi interrogarsi e analizzare le condizioni molteplici ed eterogenee che costituiscono uno spazio di possibilità all’interno del quale il fatto può accadere. Il fatto è l’invasione dell’Ucraina, una guerra tra due stati nazionali. Il fatto è di per sé un fenomeno complesso e indagare le condizioni che hanno condotto a questo fatto richiede uno sforzo importante, che ci obbliga a lavorare insieme, a interrogarci e a condividere le nostre competenze.
Le domande sono: «L’Ucraina paga anche gli sbagli dell’America?» (nonché dell’Europa?). Putin – che in quanto figura politica rientra anche egli in un fenomeno complesso – può essere considerato come «il prodotto della hybris americana post-1991, che ha alimentato timori e pretese di Mosca?». «L’irriflesso allargamento della Nato, l’assurdo balletto su Ucraina e Georgia, la retorica dell’alleanza “difensiva” smentita dalle operazioni fuori area (tra cui il bombardamento di Belgrado nel 1999, l’imposizione di una no-fly zone sulla Libia sfociata in cambio di regime, lo spalleggiamento delle guerre statunitensi in Afghanistan, Iraq e Africa)», tutto questo – ci si chiede – può rientrare nelle condizioni che hanno favorito il terreno a una dinamica di conflitto? (Le citazioni sono da un articolo di Andrew C. Kuchins sull’ultimo numero di Limes, marzo 2022).
L’Europa, in quanto unità politica che si è costituita per garantire la pace sul continente, può dirsi politicamente morta? (si chiede il prof. Orsini). Quando la NATO ha condotto tre grandi esercitazioni militari in Ucraina durante l’anno 2021 (la fonte è il prof. Orsini), in che modo l’Europa contribuiva al soddisfacimento delle condizioni di pace? Per garantire la pace non è forse necessario creare delle condizioni che impediscano il verificarsi di un conflitto? O, in caso di conflitto, sforzarsi per costruire un tavolo di mediazione? Perché l’Europa si è tirata fuori dalla possibilità di svolgere il ruolo di mediatore?
Porsi delle domande, vagliare le condizioni di possibilità di un fatto, non è un mero esercizio intellettuale. È l’atto più pragmatico e coraggioso che possiamo compiere oggi. Questo metodo può aiutarci ad avere una visione quanto più completa possibile di un fenomeno complesso come quello che stiamo vivendo, e ci aiuta nell’individuazione delle possibili cause. Cosa ha a che fare un “metodo archeologico” con il presente? Capire le dinamiche che conducono a un fatto, ci aiuta in primo luogo a ideare strategie efficaci per gestire il fatto con cui abbiamo a che fare. Senza comprendere i meccanismi che causano i tumori, non sapremmo come curarli, perché non sapremmo come agire su di essi e sulle cause che li alimentano. (Le metafore in quanto tali possono essere elusive, ma questa risulta in tale contesto particolarmente calzante.)
Comprendere la complessità delle cause di un fatto ha a che fare molto anche con il futuro. Capire le dinamiche che conducono a un fatto, ci aiuta a ideare strategie efficaci per evitare che un fatto atroce e disumano, come quello che è la guerra, si ripresenti in futuro. Senza comprendere i meccanismi che causano i tumori, non sapremmo non solo come curarli, ma neanche come scongiurarli. Indagare le cause, interrogarci, è un esercizio necessario per il passato, il presente e il futuro. La pace si deve prevenire.
La pragmatica del pensiero: apologia o critica?
Di fronte a questo metodo, la logica binaria si rivela in tutta la sua inefficacia per comprendere i meccanismi complessi che muovono la realtà in cui viviamo. In questo metodo non c’è spazio per categorie morali, come quelle della colpa, perché la ricerca della colpa è una semplificazione che getta un’onta di banalità sulle nostre analisi. La colpa è un fatto insondabile, quanto di più umano e privato possediamo. La colpa, l’attribuzione di una colpa, ci solleva dalla responsabilità di indagare, di approfondire.
Tuttavia, i fautori della logica binaria sostengono che il metodo archeologico è un metodo ozioso e obsoleto. Ora c’è la guerra. Ora c’è un fatto: le persone muoiono. Da questo bisogna partire, a questo bisogna giungere e solo attraverso questo bisogna passare. Non importa domandarsi se la NATO abbia fallito, non interessa comprendere il ruolo dell’Europa negli equilibri internazionali. Questa fazione vuole risposte concrete, pragmatiche. Ma noi: storiche/ci, politologhe/gi, giornaliste/i, e anche studiose/i del pensiero filosofico, cosa possiamo fare ora se non pensare? Pensare alle cause, alle dinamiche, agli errori, ai passi falsi, a un nuovo equilibrio.
Perché pensare è la nostra unica prassi, la prassi che ci consente di dotarci di strumenti e modelli per orientare le nostre decisioni e comprendere e ristrutturare i nostri rapporti.
La fazione Mieli/Tocci/Calabresi sostiene che ora non sia il tempo di pensare, bensì il tempo del fare. Questo è lo scacco di tutti coloro che sono chiamati a pensare: l’illusione di avere un potere diretto di decisione e intervento sulla realtà, che non abbia come suo mezzo più efficace la comprensione profonda e descrizione accurata della realtà. Questo rende l’intellettuale un’apologeta e non più un critico.
Quindi siamo qui, pensiamo, poniamo le basi per una nuova pragmatica, per un nuovo fare, interroghiamoci sulle cause, parliamo di ciò che è stato e di ciò che è, per costruire un nuovo ordine. Ma ora non è il tempo di pensare. Non è mai il tempo di pensare.
Quando sarà il tempo di pensare? Quando, colpevoli di essere stati troppo miopi, ci troveremo al cospetto un’altra guerra? A un’altra crisi umanitaria? Quando, colpevoli di essere stati troppo indaffarati nel fare, non ci saremo accorti che questa corsa agli armamenti (la Germania che investe il 2% del proprio PIL, e ora anche l’Australia, in armi e strutture militari) non è altro che una risposta troppo scontata di quella logica che ci porta in modo spaventosamente cadenzato e consapevole a ogni conflitto? Quando, una volta che saremo armati fino ai denti, difenderemo i nostri sovrani confini dalle migrazioni climatiche? La logica di potenza in cui costruiamo i nostri modelli di pensiero ci impone di fare.
Non è mai tempo di pensare.
A cura di
Benedetta Spigola




