RITROVATA EMANUELA ORLANDI: «io so dov’è, è viva e si trova in un manicomio nel centro di Londra»

di Roberto Mattei

Rivelazione emozionante nel corso di una trasmissione televisiva: un ex agente segreto del SISMI telefona in diretta e afferma di sapere dove si trova la ragazza.

Colpo di scena ieri sera durante la trasmissione televisiva di RomaUno TV, il canale interamente dedicato all’informazione capitolina. Un uomo telefona e annuncia in diretta: «Io so dov’è Emanuela Orlandi». L’emittente stava trasmettendo il programma “Metropolis”, un settimanale di approfondimento giornalistico che ogni venerdì, in prima serata, affronta un tema che viene poi discusso con politici, amministratori ed esperti presenti in studio e che offre ai telespettatori l’opportunità di intervenire al telefono, “senza filtri”, per esprimere la propria opinione. La serata di ieri era proprio incentrata sul caso della cittadina vaticana, scomparsa in circostanze misteriose il 22 giugno 1983, all’età di 15 anni.

Nel vivo della discussione  è sopraggiunta la telefonata di un ex agente segreto del SISMI, negli ambienti chiamato “Lupo Solitario” che ha fatto sobbalzare dalla sedia tutti gli ospiti presenti in studio: «Emanuela è viva, si trova in un manicomio in Inghilterra, nel centro di Londra, ed è sempre stata sedata. Assieme a lei ci sono due medici e quattro infermiere». Il misterioso 007  racconta che la donna sarebbe stata prelevata da una BMW nera, successivamente abbandonata in un parcheggio sotterraneo per poi proseguire con una Mini verde. Durante lo spostamento da un’autovettura all’altra, la Orlandi sarebbe stata narcotizzata.  Al bordo del mezzo erano presenti anche un agente inglese e una donna. «Emanuela è passata per la Germania, la Francia e l’Inghilterra – ha asserito l’uomo al telefono – a Bolzano invece non è mai passata». Se la notizia fosse vera, sarebbe sicuramente un bellissimo regalo per i familiari che non hanno mai perso la speranza ne la forza di cercarla e che dopo 28 anni potrebbero finalmente riabbracciarla.

Quando la giovane scomparve, si pensò all’inizio a un allontanamento volontario, una fuga d’amore, poi però, con il passare delle ore e dei giorni, questo evento divenne uno dei casi più oscuri della storia italiana, coinvolgendo: lo Stato Vaticano e quello italiano, lo IOR (Istituto per le Opere di Religione), la Banda della Magliana, il Banco Ambrosiano, in un insieme di verità e menzogne, tra fantasia e realtà che, nel tempo, hanno trasformato la vicenda in una matassa quasi impossibile da sciogliere. Emanuela frequentava una scuola di musica in piazza Sant’Apollinare a Roma. Il giorno in cui sparì, lungo la strada che dal Vaticano conduce all’edificio scolastico, incontrò una persona alla guida di una BMW, che le offri un lavoro di vendita di cosmetici pagato circa 375 mila lire, un’enormità per quel periodo.

La giovane rispose che prima di accettare avrebbe dovuto chiedere il permesso ai propri genitori. Così, uscita dalle lezione di musica, intorno alle 19, telefonò a casa per cercare dei consensi immediati alla vantaggiosa proposta che le era stata fatta. La sorella, che rispose al telefono, la invitò a diffidare degli sconosciuti e a tornare a casa. Riagganciata la cornetta, Emanuela si recò alla fermata dell’autobus in compagnia di Raffaela Monzi, una ragazza che frequentava la sua stessa scuola di musica. Da quel momento, l’adolescente scomparve senza lasciar traccia. Nel corso delle indagini venne fatta una ricostruzione che ancora oggi sembra quella più credibile. La giovane venne “intercettata” da un vigile urbano dinanzi al Senato della Repubblica in compagnia di un uomo sui 35 anni. Una persona ben vestita, alta all’incirca 1 metro e 75 centimetri, magro, il viso un po allungato, una valigetta 24 ore al seguito e una BMW scura metallizzata. Alcuni dei testimoni che la videro salire a bordo dell’auto, collaborarono con  le forze dell’ordine per la tracciatura dell’identikit dell’uomo che, stranamente, ricordava molto Enrico De Pedis, uno dei membri della Banda della Magliana, il cui nome nel corso degli anni tornerà più volte a galla durante tutta la vicenda.

Tuttavia, il De Pedis in quel periodo era per certo latitante all’estero e di conseguenza la supposizione che poteva trattarsi dell’uomo venne scartata. Da questo momento il caso Orlandi è tutto un susseguirsi di telefonate e avvistamenti di persone che giuravano di aver visto Emanuela in più parti del Paese vendere cosmetici sotto falso nome – Barbara si faceva chiamare a detta di due telefonisti che si erano presentati con il nome di Pierluigi e Mario – a Campo dei Fiori e successivamente a Venezia. Nel corso delle conversazioni, i due sconosciuti affermarono delle particolarità sulla ragazza che convinsero sempre più i familiari sulla loro attendibilità: il tipo di occhiali che indossava, lo strumento musicale che era solita suonare e la statura. Dopo molti anni, quel Mario venne identificato con forte probabilità in una persona vicina alla banda della Magliana. Nel mese di luglio 1983, Papa Giovanni Paolo II, durante l’Angelus, lanciò un appello ai responsabili del rapimento ufficializzando in questo modo l’ipotesi del sequestro. Nello stesso mese, la telefonata di un uomo con spiccato accento anglosassone arrivò alla sala stampa vaticana dichiarando di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi e chiedendo una linea diretta con il Vaticano.

L’americano, così fu ribattezzato lo sconosciuto telefonista, chiedeva il rilascio di Ali Agca, il terrorista turco che due anni prima aveva sparato al pontefice in Piazza San Pietro. In totale, le telefonate dell’uomo furono 16, tutte fatte da cabine telefoniche, che  non aprirono però nessuna pista reale, nonostante la presunta voce della ragazza, fosse stata registrata su di un nastro e fatta ascoltare al Cardinale Segretario dello Stato Vaticano Agostino Casaroli. In una nota redatta dall’allora vicecapo del SISDE, Vincenzo Parisi, e rimasta riservata fino a l995, l’Americano sarebbe stato identificato in monsignor Paul Marcinkus che in quel periodo ricopriva l’incarico di presidente dello IOR, la “banca” vaticana. Questo è quanto sarebbe scaturito dalle analisi sulle telefonate pervenute alla famiglia, che i tecnici dei servizi segreti italiani ritennero affidabili e legate all’autore del sequestro. Il 20 novembre 1984 fu la volta dei Lupi Grigi, un movimento estremista nazionalista turco, anch’esso coinvolto con l’attentato al Papa, che dichiaravano di custodire nelle loro mani Emanuela Orlandi.

 

La pista turca venne però sconfessata da Gunter Bohnsack, ex ufficiale della Stasi, la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania dell’Est, che spiegò come dietro  la storia dei Lupi Grigi si celasse un tentativo di depistaggio delle indagini, per scagionare la Bulgaria dalle accuse di mandante dell’attentato al Papa. L’estraneità dell’organizzazione turca venne confermata anche da un pentito della Banda della Magliana, Antonio Mancini. Nel 2006, a riportare alla ribalta la triste storia di Emanuela Orlandi ci pensò Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano che a cavallo tra il 1982 e il 1984 ebbe una relazione con il De Pedis. La donna, durante un intervista condotta dalla giornalista Raffaella Notariale, dichiarò che la ragazza era stata uccisa, il suo corpo rinchiuso in un sacco e poi gettato in una betoniera a Torvaianica.

 

La Minardi sottolineò anche che il rapimento della Orlandi era stato eseguito materialmente da Enrico De Pedis e commissionato da monsignor Paul Marcinkus nell’ambito del caso Calvi, l’ex finanziere del Banco Ambrosiano trovato morto il 18 giugno 1982, impiccato a una impalcatura sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra. Gli inquirenti, che non credono completamente ai racconti della donna per i suoi precedenti di tossicodipendenza e per le molte incongruenze nella descrizione di alcuni avvenimenti, iniziano però ad intravedere qualche correlazione tra il rapimento, il crack del Banco Ambrosiano e lo IOR, senza tuttavia mai comprendere il vero movente.

Adesso, a distanza di 28 anni dalla scomparsa, un ex agente segreto si fa vivo e decide di parlare. Per quale motivo? Il lupo solitario avrebbe preso tale decisione perché più volte «stuzzicato e chiamato in causa con delle falsità» nel corso della trasmissione, aggiungendo: «a questo punto paga chi deve pagare» senza tuttavia spiegare il significato di tale affermazione.

La discussione raggiunge il culmine dell’emozione con l’intervento di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela. L’uomo, si rivolge al fantomatico 007 chiedendo spiegazioni circa il movente del sequestro e prontamente Lupo Solitario risponde lasciando nuovamente un alone di mistero in tutto il caso Orlandi: «devi scavare in fondo a cosa faceva tuo papà. Mi dispiace Pietro, ma scoprirai cose che non ti piaceranno… Ercole Orlandi era venuto a conoscenza di consistenti giri di denaro da pulire, giri legati alla banca Antonveneta». Ancora una volta un testimone lega il caso di Emanuela Orlandi con quello di Roberto Calvi. L’impressione questa volta è che la verità sia realmente molto vicina e che la donna, oggi quarantatreenne, possa finalmente essere ritrovata.

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