Caso Orlandi, Monsignor Vergari indagato: ”nulla da nascondere”

Caso Orlandi. Quali sono le verità che si nascondono nella cripta di  della basilica di Sant’Apollinare? Per ora gli uomini della scientifica, oltre ai resti di Enrico De Pedis, ci sono anche frammenti di ossa di datazione recente, oltre che ad altri riconducibili ad epoca pre-napoleonica. Solo il test del Dna potrà chiarire se si tratta dei resti di Emanuela Orlandi, ma non solo, in questi ultimi giorni gli inquirenti hanno avanzato la possibilità che fra gli altri vi siano anche quelli di Mirella Gregori, giovane scomparsa nel 1983.

Non sarà tuttavia facile aver risultati entro breve in quanto le cassette contenti resti ritrovate sarebbero in totale oltre 400.
L’apertura della tomba di De Pedis  è stata effettuata dopo che l’ex rettore della basilica di Sant’Apollinare, Don Pietro Vegari, ha dato il via libera. Su di lui pende l’ipotesi di reato per concorso nel sequestro di Emanuela Orlandi e recentemente nel corso della perquisizione della sua abitazione gli è stato sequestrato il computer, che dovrebbe contenere materiale utile per gli investigatori. Queste le sue parole: “Sono assolutamente tranquillo, non ho nulla da nascondere. Tutte quelle ossa ritrovate non sono altro che ossa antichissime, risalenti a secoli fa quando anche i laici venivano sepolti nelle chiese”.
Dopo trent’anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, era il 22 giugno dell’83 il caso sembra dunque esser arrivato ad una svolta, va fatto notare difatti che l’ultima volta che la ragazza fu vista si trovava in una scuola di musica li vicino che in passato era collegata alla Basilica di Sant’Apollinare attraverso dei cunicoli ora al vaglio della scientifica.  Pietro Orlandi, fratello di Emanuela che in questi anni non si è mai arreso nel cercare la verità su quanto accaduto ha dichiarato che l’iscrizione al registro degli indagati di Don Vegari: “È una notizia importante che conferma la volontà di capire e di accertare i fatti”.
Ma chi è Vegari? Lui stesso, nel suo sito web ricorda di quando in passato si recava ogni sabato in portare una parola di conforto e di speranza alle persone detenutevisita alle carceri di Regina Coeli: “Tra le centinaia di persone incontrate dei più diversi stati sociali, parlavamo di cose religiose o di attualità; Enrico De Pedis veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere, ci siamo visti più volte: normalmente nella chiesa di cui ero rettore, sapendo i miei orari e altre volte fuori, per caso. Mai ho veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per poter andare liberamente all’estero. Mi ha aiutato molto per preparare le mense che organizzavo per i poveri. Quando seppi dalla televisione della sua morte in Via del Pellegrino, ne restai meravigliato e dispiacente”.
Ricorda ancora Don Vegari sul suo sito: “Qualche tempo dopo la sua morte i familiari mi chiesero, per ritrovare un po’ di serenità, poiché la stampa aveva parlato del caso e da vivo aveva espresso loro il desiderio di essere un giorno sepolto in una delle antiche camere mortuarie, abbandonate da  oltre cento anni, nei sotterranei di S. Apollinare, di realizzare questo suo desiderio. Furono chiesti i dovuti permessi religiosi e civili, fu restaurata una delle camere e vi fu deposto. Anche in questa circostanza doveva essere valido come sempre, il solenne principio dei Romani ” Parce sepulto “: perdona se c’è da perdonare a chi è morto e sepolto. Restammo d’accordo con i familiari che la visita alla cappella funeraria era riservata ai più stretti congiunti. Questo fu osservato scrupolosamente per tutto il tempo in cui sono rimasto rettore, fino al 1991”.

Enrico Ferdinandi

19 maggio 2012

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