Thymós e scontri di Milano; analisi sulle cause della rivolta

Thymós e scontri di Milano; analisi sulle cause della rivolta

11188487_10206727961102739_4853399865861947245_nI numerosi scontri e danneggiamenti registrati ieri a Milano durante il corteo ‘No Expo’ suscitano – oltre alle polemiche – pareri e interpretazioni discordanti: se da un lato troviamo coloro che hanno bollato gli scontri e le devastazioni come atto incivile e indegno, dall’altro ci sono persone che hanno difeso in qualche modo le azioni di danneggiamento ritenendole necessarie.

Al netto dei casi particolari, come lo studente che ieri giustificava gli scontri e oggi – sempre in video – ha invece chiesto perdono, proverò a fornire una chiave della vicenda che vada oltre la mera interpretazione contingente. Dietro alla protesta – che s’inserisce nel continuum di scontento generalizzato – c’è il mancato riconoscimento del thymós da parte degli ‘altri rilevanti’ (in questo caso Governo e istituzioni) che, in parole povere, mettono in secondo piano le istanze di una larga fascia di individui, provocandone dunque l’ira.

Questo non giustifica in alcun modo i danneggiamenti e gli autori delle devastazioni: i vandali debbono essere individuati e puniti severamente, senza sconto alcuno. Bruciare un’automobile in sosta – ad esempio – non ha nulla di rivoluzionario e lo si può ridurre a un gesto fine a se stesso, becero, inutile. E’ vero che un crimine ‘reattivo’ può esser letto come forza improvvisa che si sprigiona anche se moralmente è schierata dalla parte del torto ma, essendo forza ‘reattiva’, essa è intrinsecamente effimera, si perde nella vacuità nonappena l’atto è stato compiuto e di concreto rimangono soltanto i danni. Detto questo proviamo a chiarire i motivi che spingono all’agitazione, alla richiesta di ascolto e affermazione del proprio thymós.

Il monopolio della forza dello Stato moderno è accettato come ‘norma psicopolitica’ dalla maggioranza dei cittadini e sostenuto dalla psicologia sociale. Però, laddove l’ordine pubblico è sospettato di non funzionare o di essere complice di abusi, i singoli possono sentirsi chiamati a rappresentare la migliore legge in tempi ingiusti. Ciò che scatena la protesta, l’ira, il desiderio di affermazione del thymós è dunque la presa di coscienza da parte degli individui di alcune carenze in seno allo Stato e nelle cosiddette ‘banche dell’ira’ (i partiti/movimenti) che subordinano gli impulsi di rivolta a ciò che Peter Sloterdijk ha definito ‘stategia d’impresa’; una canalizzazione delle forze atta ad accogliere il thymós e regolarne lo stato di ira in una particolare direzione utile a chi attua il sistema.

Per queste ‘banche’ – e i loro ‘banchieri’ – imbrattare muri o dare alle fiamme le auto in sosta è inutile: sarebbe come pretendere di spegnere un vasto incendio servendosi soltanto di un bicchiere d’acqua. Le azioni vandaliche sono andate contro l’interesse aziendale delle ‘banche’ interessate a gestire le riserve di ira in maniera organica e inoltre hanno leso pure i cittadini, che si vedono privare di ciò che è stato ottenuto attraverso il proprio lavoro e la rinuncia. Così come una rondine non fa primavera, qualche danneggiamento non può portare in alcun modo all’accoglimento delle proprie istanze. In ‘Princìpi della rivoluzione’ Bakunin ha sostenuto che il successo di un rovesciamento parte dalla distruzione delle classi sociali esistenti: gli atti di violenza sempre più efferati e frequenti porteranno – secondo l’autore – all’ ‘amorfismo’ (sciogliere cioè il vecchio ordine in particelle informi) da cui costituire ‘nuove perfette forme’. Rapportando questo ragionamento a quanto accaduto ieri, è chiaro che di rivoluzionario tout-court ci sia stato ben poco. Quello che però va colto è il disagio (e quindi l’ira) di chi (al netto dei black bloc) era a manifestare con delle buone ragioni per farlo.

Che non stia tirando aria di rivoluzione lo conferma anche il fatto di vedere tutte le ‘banche’ ancora lì al loro posto, così come i ‘banchieri’ che ora hanno anche un certo margine di libertà per poter additare, come responsabili di un disordine ingiustificato, anche quelli che hanno portato in piazza il loro thymós badando di non sconfinare nella violenza.

Giusta o sbagliata che sia, l’esposizione universale dovrà ricevere almeno 24 milioni di visitatori paganti per poter andare in pari con le spese sostenute. A questo occorre aggiungere la corruzione, i ritardi e le varie inchieste che si sono succedute ed hanno alimentato l’ira e lo scontento generale, con la disoccupazione al 13% e un Governo che insiste nel dire “la ripresa è cominciata”. Questi elementi sembrano non esistere per certi ‘banchieri’ ma la loro presenza è in realtà ben delineata: continuare a gettare fumo negli occhi a gente che ha perso tutto può portare a una timotizzazione improvvisa quanto devastante. I fatti di Milano non sono un atto di rivoluzione ma segnalano il crescente scontento tra la cittadinanza, che si sente privata della propria dignità, inascoltata, delusa e per questo carica d’ira.

Come osservato da Sloterdijk in ‘Ira e Tempo’, le ‘banche’ dell’ira hanno perso molte delle loro funzioni tra cui la gestione del thymós: senza un adeguato sistema di tutela e di ascolto, questa mancanza si può facilmente tramutare in azione di protesta e anche di vera e propria guerra civile. Per rendersene conto è sufficiente prendere in esame l’Albania di qualche anno fa, quando dopo la caduta della ‘banca’ comunismo ci fu l’avvento del capitalismo definito ‘erotico’ in cui è il sentimento di avidità a prevalere. Tra il ’94 e il ’96, sulle orme del sistema Ponzi, furono circa 1,5 milioni i cittadini albanesi che si indebitarono con alcuni ‘giochi piramidali’ sponsorizzati addirittura sulle reti nazionali. Nel ’97 il sistema crollò e Tirana divenne teatro di una guerra civile in cui furono depredati uffici, scuole e università mentre tutto il resto fu praticamente distrutto con furia inaudita. Di quegli anni ricordiamo anche le ondate di profughi che raggiunsero le coste italiane per fuggire da uno scenario apocalittico, ma comunque possibile, quando larghe fasce di popolazione non hanno più di che sfamarsi e vivere con dignità. La situazione si placò solo quando il Governo ammise pubblicamente di aver favorito in qualche modo il collasso economico.

Anche in Francia, nel 2005, si assistì alla rivolta nelle banlieue con tumulti, furti e saccheggi e una protesta popolare che portò – nel 2006 – il primo ministro de Villepin a ritirare la legge sulla flessibilizzazione del lavoro per gli apprendisti. Furono circa 28mila, nel solo 2005, le auto date alle fiamme; 17mila i cassonetti incendiati e oltre 6mila gli atti vandalici. Come ha rilevato Enzensberger, si è trattato di una ‘guerra civile molecolare’ partita i tra marciapiedi sporchi e le siringhe nei parchi ed esplosa più tardi con le devastazioni su larga scala. Questo, secondo Sloterdijk, può essere interpretato come ‘linguaggio di avversione all’esistente’, un’epidemia negativa che può diffondersi diventando malessere da tramutare in rivolta: è un riflesso che si manifesta quando ci si rende conto che la propria opinione – almeno dal punto di vista decisionale – non vale un bel niente.

In sintesi le ragioni che portano alla protesta e all’ira sono diverse ma, al contempo, alcuni elementi sono simili: false promesse, creazione di desiderio nel singolo, differenze sociali e – ancor più semplicemente – l’attuazione di politiche lontane dal dare priorità alle esigenze più stringenti in favore di altre dal futuro incerto ma legate all’interesse particolare. Questi elementi possono generare atti di rivolta e protesta più o meno marcati, più o meno giustificabili ma comunque frutto di un postidealismo e di un capitalismo occidentale erotizzato che pare reggersi soltanto sul continuo rilancio, proprio come il sistema Ponzi.

Davide Lazzini
2 maggio 2015

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