Colangelo torna in Italia, Terzi: ”ottimismo per Bosusco”

È rientrato questo pomeriggio in Italia, Claudio Colangelo, 61enne rapito a metà marzo dai ribelli maoisti in India insieme a Paolo Bosusco (ancora in prigionia). Claudio è arrivato a Roma alle 18:30 quando il suo aereo è atterrato all’aeroporto di Fiumicino, nel suo volto traspare gioia per la liberazione ed il rientro in patria ma anche preoccupazione per la sorte del suo compagno di “escursioni” ancora nelle mani dei maoisti.

Queste le sue parole ai giornalisti: “Finalmente a casa. Sto bene. Fino al ritorno di Paolo, vorrei però evitare di fare qualsiasi commento, anche di carattere personale”

Per il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, la liberazione di Colangelo “ha dato motivo di essere ragionevolmente ottimisti” sulle sorti di Bosusco “A noi risulta che le trattative proseguono intensamente e speriamo che l’eccellente lavoro che stanno facendo le autorità indiane dia un risultato decisivo”.

Ricordiamo ai nostri lettori che i due italiani si trovavano nello stato indiano dell’Orissa dove stavano effettuando un’escursione fra le tribù locali. Al secondo giorno di escursione (a piedi), ovvero lo scorso 14 marzo, sono stati rapiti dai ribelli maoisti con l’accusa di aver fotografato delle donne che si stavano lavando in un fiume.

Le trattative per la liberazione di Colangelo e Bosusco sono state fin dall’inizio tese e controverse in quanto dietro a questo rapimento, lo si è capito fin da subito, si nascondono finalità politiche, anzi doppie finalità politiche. Una prima vede i maoisti chiedere la liberazione di altri guerriglieri imprigionati da mesi in cambio della liberazione di Bosusco, la seconda vede il tentativo del leader Panda Sabyasachi di imporre la sua supremazia territoriale nei confronti di altri leader maoisti, una faida interna quindi.

Al momento le trattative per la liberazione di Bosusco sono interrotte fino a domani pomeriggio. Il leader maoista Panda ha chiesto almeno la liberazione di cinque suoi collaboratori, tra di loro compare il nome di sua moglie (incarcerata nel 2010)  nonché la punizione di ufficiali ed agenti di polizia che hanno ucciso guerriglieri a sangue freddo sostenendo di averlo fatto in scontri a fuoco.

Enrico Ferdinandi

27 marzo 2012

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