Due bambini morti in pochi giorni, sanità o malasanità? - 2duerighe

Due bambini morti in pochi giorni, sanità o malasanità?

Due bambini morti in pochi giorni, sanità o malasanità?

ospedaleROMA – Sono tante le sensazioni che scaturiscono quando ci si trova innanzi a situazioni inattese e tragiche nello stesso momento: il turbinìo di emozioni rende difficile rendicontare in modo chiaro e distaccato ciò che succede, ma vivere in prima persona l’esperienza della tragedia non ha eguali, specie quando si tratta della vita del proprio figlio. In questi giorni – nostro malgrado – abbiamo visto salire in cielo due giovani anime; la prima – a Trapani – è quella di Daniel Cesanello, il bambino di 23 mesi morto nell’ospedale Sant’Antonio Abate nella notte tra venerdì e sabato per una sospetta meningite; la seconda è quella della piccola Nicole, spirata mentre stava raggiungendo l’ospedale di Ragusa in ambulanza.

La morte di un figlio è un evento a cui nessun genitore vorrebbe assistere, purtroppo la natura talvolta è beffarda e – sebbene in minima misura – può succedere che insorgano complicazioni tali da rendere vano ogni tentativo di soccorso: in questi casi, quando si è certi che sia stato fatto tutto il possibile, si prende dolorosamente atto del triste epilogo e si vive il lutto come processo tout-court, senza che esso venga inflazionato da agenti ‘esterni’ all’evento ovvero elementi tali da far pensare che la scomparsa di una vita non sia soltanto collegata a un fato beffardo, bensì a problematiche di altro carattere più materiale e terrestre.
Nei casi sopracitati, che hanno riempito le cronache dei giornali, sembrano fare capolino questi elementi inflazionanti, che sottolinerebbero – laddove confermati – l’inadeguatezza del Sistema Sanitario Nazionale. Il piccolo Daniel, venerdi mattina, era stato portato dai genitori al pronto soccorso dell’ospedale di Trapani: aveva 40 gradi di febbre. I medici gli hanno diagnosticato un semplice stato influenzale e lo hanno dimesso, dopo avergli somministrato una Tachipirina. La sera però le sue condizioni di salute si sono aggravate e il piccolo, riportato dai genitori al Sant’Antonio Abate, è stato ricoverato in Pediatria, dove è morto poche ore dopo. A seguito del fatto, la direzione dell’azienda sanitaria provinciale di Trapani ha avviato un’inchiesta interna, istituendo una commissione d’indagine per fare luce su quanto accaduto e verificare se ci sono state negligenze da parte del personale sanitario.
Stessa tragica fine è toccata a Nicole, la bambina morta per non aver trovato un posto in terapia intensiva neonatale. In questo caso la Procura di Catania sta analizzando le telefonate tra Antonio Di Paquale – il pediatra che aveva in cura la piccola – e l’operatore del 118 che ha chiamato le terapie intensive degli altri ospedali. Il medico della casa di cura, comprendendo la gravità della situazione della piccola, decide di trasferirla in una struttura adeguata alla situazione. La prima chiamata al 118 risalirebbe all’1.37: “Serve un posto di terapia intensiva per una bimba appena nata. Insufficienza respiratoria”. Dall’altro capo del telefono un operatore dell’area critica risponde: “Cerchiamo subito”. E Di Pasquale precisa: “Non chiamate il Policlinico. L’ho già fatto. Non hanno posti. Urgente, urgente”. L’operatore comincia il giro e chiama la terapia intensiva del Cannizzaro. La risposta è chiara: “Tutti occupati, chiedete ad altri”. A quel punto, all’1.42, viene contattato il Garibaldi, ma la risposta è la medesima: “Non ci sono posti”. All’1.44 tocca al Santo Bambino, ma pure lì non c’è posto; l’operatore sente Siracusa: “Tutto pieno”, dicono all’1,46 dall’Umberto Primo, a 80 chilometri da Catania. Si decide di contattare Ragusa, 100 chilometri. La risposta è affermativa: e all’1.47 e si trova un posto per Nicole. A questo punto, il centralinista richiama la casa di cura dove la bambina è appena venuta al mondo per comunicare ai medici di aver trovato un posto. Il pediatra all’1.51 risponde: “Lo sappiano, abbiamo telefonato anche noi. Ci organizziamo per partire”. All’1.54 la svolta: l’operatore chiama Di Pasquale per la conferma del trasporto, ma il pediatra lo informa che “date le condizioni della neonata, abbiamo deciso di non andare a Ragusa, ma di portarla comunque al Policlinico”; è l’ospedale più vicino ma è anche quello escluso sin dall’inizio. Poco dopo il 118 avvisa Ragusa: “La bimba resta a Catania”. Alle 2.13 l’operatore contatta Di Paquale: “Mi serve il numero della Costanzo. Andiamo a Ragusa”. A polemica poi scoppiata, il pediatra spiegherà che il cambio di rotta era motivato dal fatto che “la bimba aveva ripreso a respirare bene”. Come ormai è tristemente noto, però, il viaggio della disperazione non serve: alle 3.47 l’operatore registra l’ultima agghiacciante telefonata: “Siamo alle porte di Ragusa, ma debbo comunicare che la bambina è deceduta”. Ad oggi sono 9 gli indagati dalla Procura di Catania, tra loro medici della clinica Gibino e personale Utin. Il reato ipotizzato è omicidio colposo. Destinatari dell’informazione di garanzia sono 5 medici che hanno operato tra la clinica e il trasferimento in ambulanza della piccola, 2 persone del 118 e altre 2 di altrettante unità di terapia intensiva neonatale.
Entrambi i casi menzionati, dunque, sono oggetto di indagine da parte delle autorità competenti: forte è il sospetto di eventuali responsabilità ‘esterne’ che avrebbero ostacolato una risoluzione ottimale delle problematiche sorte in ciascun caso. Malasanità? forse è troppo presto per introdurre questo termine nel discorso, anche se da più parti entrambe le vicende sono già state introdotte sotto questa categoria. Ad ogni modo bisogna ricordare che nonostante il comparto della sanità pubblica assorba gran parte delle risorse economiche a disposizione degli enti come Regioni e Stato, le corsie degli ospedali  sono spesso invase da pazienti stipati alla bell’è meglio in ricoveri di fortuna, senza alcuna tutela per la privacy e senza possibilità di ricevere cure adeguate al caso. A questi gravi fatti si aggiungono gli errori compiuti nelle sale operatorie, l’inefficienza di macchinari, l’impossibilità – per mera burocrazia – di poter utilizzare spazi esistenti, nuovi e funzionanti ma bloccati da qualche strana complicazione che ne impedisce la fruizione. Il tutto mentre le cliniche private lavorano a gonfie vele – e spesso si risparmia tempo e danaro a rivolgersi ad esse – in un Paese che si fa spesso vanto di avere un SSN di prim’ordine, efficiente e gratuito (in parte). Sarebbe ingiusto mandare al patibolo tutto il sistema, le eccellenze esistono e di medici capaci ce ne sono moltissimi, però sarebbe auspicabile non assistere più all’apertura di inchieste per far luce su morti ‘sospette’, in cui il crudel fato avrebbe ricevuto un aiuto sostanziale dalla negligenza o dall’impossibilità di accogliere un paziente grave.
Davide Lazzini
16 febbraio 2015
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