«Eternit, ingiustizia è fatta»

«Eternit, ingiustizia è fatta»

Eternit

«Vergogna, vergogna!», è questo l’urlo dei parenti delle vittime dell’Eternit all’assoluzione per prescrizione del reato nei confronti del miliardario svizzero Stephan Schimidheiny, unico imputato per disastro ambientale dopo la morte del barone belga Louis De Cartier.

La Suprema Corte presieduta da Arturo Cortese ha proceduto, con solamente due ore di Camera di Consiglio, alla sentenza di «annullamento senza rinvio della condanna a diciotto anni per Stephan Schimidheiny perché tutti i reati sono prescritti», annullati anche tutti i risarcimenti per le vittime, ottantanove milioni di euro di indennizzi. L’imputato era stato condannato dalla Corte d’Appello di Torino il 3 giugno 2013 per disastro ambientale doloso a causa delle polveri killer esalate dalle fabbriche di Casale Monferrato e Cavagnolo in Piemonte, Rubiera in Emilia e Bagnoli in Campania: oltre duemila persone morte per aver respirato l’amianto di queste quattro fabbriche dell’azienda belga Etex, lavoratori e abitanti uccisi soprattutto dal mesotelioma pleurico. La Cassazione ha accolto la richiesta avvallata dal Sostituto Procuratore Generale Francesco Iacoviello che aveva usato queste parole davanti ai giudici che dovevano emettere l’ultimo verdetto: «Il processo arriva a notevole distanza di anni (i fatti risalgono al 1966 ndr). È vero che la prescrizione non risponde alle esigenze di giustizia ma stiamo attenti a non piegare il diritto alla giustizia perché possono andare in direzioni opposte; ciò può far giustizia oggi ma creare in futuro mille ingiustizie. Per me l’imputato è responsabile di tutte le condotte che gli sono state ascritte ma il giudice, soggetto alla legge, tra il diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto», spiegando che «non essendo stati contestati gli omicidi, non si può legare il disastro ambientale alle vittime» e che «il disastro è prescritto per la chiusura degli stabilimenti nel 1986 e pertanto la condanna va annullata». Iacoviello aveva fatto sperare le parte civili aprendo la sua requisitoria dicendo che «il legislatore è stato troppo lassista sull’amianto varando una legge solo nel 1992», sottolineando che «dodici anni di carcere sono troppo pochi per chi ha provocato così tante vittime» ma questo «è il primo processo sull’Eternit in Italia, ci sono attese notevoli da parte di tutta la comunità scientifica e voi sancirete un precedente che varrà per il futuro» e anche se la tesi accusatoria ha fatto «un percorso pionieristico facendo rientrare le morti come eventi del disastro» le morti non fanno parte del concetto di disastro. Servirebbe insomma una norma specifica per punire chi mette in circolazione agenti cancerogeni che continuano ad uccidere anche molti anni dopo la loro immissione, con periodi di latenza di diversi decenni.

Molta rabbia e incredulità per i parenti frastornati da una sentenza che sembra cancellare anche le vittime, «per i poveri non c’è giustizia», e per i rappresentanti delle istituzioni che si sono occupati delle morti per le fibre di amianto presenti in aula, «sono sconvolta. Siamo dispiaciuti e increduli ho bisogno di qualche ora per capire come reagire, devo discutere con la giunta prima di prendere qualunque provvedimento» le parole di Concetta Palazzetti, sindaco di Casale Monferrato, uno dei centri più colpiti. Quasi mille le parti civili costituitesi per questo processo, moltissime le persone giunte a Roma con la speranza di una condanna perché intere famiglie sono state decimate dall’Eternit: madri, padri, mariti, mogli, figli, nipoti e cugini in una sequela infinita. Per Bruno Pesce, numero uno dell’AFeVA (Associazione dei familiari delle vittime dell’amianto), il Procuratore dovrebbe far valere la realtà, quella vera, perché «senza quel disastro i cittadini non si sarebbero ammalati, non sarebbero morti e non continuerebbero a morire in questi giorni» e «un annullamento senza rinvio è un calcio dentro, come se ci dicesse che l’amianto non può fare un disastro», ma «non ci fermeremo qui, non possiamo terminare la battaglia se la gente continua a morire».

Anche se grande soddisfazione arriva dalla Svizzera dove risiede l’ormai ex imputato, non si arrende il PM Raffaele Guariniello che incalza: «Non bisogna demordere. Non è un’assoluzione. Il reato c’è e adesso possiamo aprire il capitolo degli omicidi. La Cassazione non si è pronunciata per l’assoluzione. Il reato evidentemente è stato commesso, ed è stato commesso con dolo. Abbiamo quindi spazio per proseguire il nostro procedimento, che abbiamo aperto mesi fa, in cui ipotizziamo l’omicidio». Quindi «questo non è il momento della delusione ma della ripresa. Non demordiamo». Sono infatti due i procedimenti aperti: uno ipotizza l’omicidio volontario per la morte di duecentotredici lavoratori, l’altro per la morte dei dipendenti italiani di siti produttivi all’estero. Come spiega l’avvocato Sergio Bonetto, che rappresenta quattrocento vittime e molte associazioni di parte civile, «questa sera la Cassazione ha in sostanza detto che il maxi processo doveva svolgersi con l’accusa di omicidio, e dunque tenderei a non escludere che il procedimento aperto con questa imputazione possa avere un esito migliore».

Risvolto infausto del processo il pagamento da parte di INPS e INAIL, escluse in appello dal novero delle parti civili, di alcune migliaia di euro di condanna alle spese, anche se «per l’INAIL i costi per le sole prestazioni ai lavoratori colpiti dalle patologie provocate dall’amianto sono costate duecentottanta milioni di euro che non si recupereranno più perché il verdetto della Cassazione ha demolito in radice questo processo», come spiega Giuseppe Vella, avvocato generale dell’ente. Condannato a pagare le spese legale anche un parente delle vittime escluso dal diritto degli indennizzi.

Il premier Matteo Renzi interviene nella vicenda osservando che «non ci deve essere l’incubo della prescrizione» in un caso come quello riguardante l’Eternit, «non è reato o se è un reato ma prescritto, vuol dire che bisogna cambiare le regole sulla prescrizione» perché nel tempo «le domande di giustizia non vengono meno».

Paola Mattavelli

20 novembre 2014

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