Duro colpo al clan del boss Matteo Messina Denaro

Duro colpo al clan del boss Matteo Messina Denaro

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PALERMO — Sono sedici gli ordini di custodia cautelare in carcere, emessi su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, per associazione di tipo mafioso, estorsione, rapina pluriaggravata, sequestro di persona e altri reati aggravati dalle finalità mafiose. Questo il risultato di un’operazione antimafia dei Carabinieri del ROS e del Comando Provinciale di Trapani ai danni del clan guidato dal boss Matteo Messina Denaro, condannato all’ergastolo per le stragi del 1993 di Roma, Milano e Firenze. Le indagini hanno confermato il  ruolo di leader nei traffici illeciti nel trapanese rivestito dal capomafia ancora latitante, i cui progetti criminali si accomunano a quelli delle famiglie palermitane, in particolare la famiglia Brancaccio capeggiata dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, Corso dei Mille e Bagheria. Tra gli arrestati Girolamo Bellomo (detto Luca), nipote acquisito di Messina Denaro, che per il Procuratore aggiunto Teresa Principato e i sostituti Maurizio Agnello e Carlo Marzella avrebbe un ruolo di primo piano all’interno del clan di Messina Denaro. Girolamo Bellomo, trentasette anni, appena rientrato dalla Francia, aveva a disposizione anche un gruppo di picchiatori, uomini fidati che servivano per rimettere in riga quelli che non ubbidivano agli ordini impartiti ed era riuscito ad imporre le sue ditte per le forniture e i lavori riguardanti la realizzazione di un nuovo centro commerciale a Castelvetrano; era proprio Bellomo a garantire il controllo di importanti commesse ad imprese vicine alla famiglia mafiosa. Marito di Lorenza Guttadauro, avvocatessa penalista e figlia di Filippo Guttadauro e Rosalia Messina Denaro, sorella del latitante, è stato arrestato a Palermo, presso l’abitazione in via Benedetto Marcello nella quale viveva con la moglie; gli inquirenti sperano di trovare durante la perquisizione indizi importanti che portino sulla strada del superlatitante.

L’obiettivo della Procura di Palermo è di isolare Messina Denaro. Sei mesi fa infatti erano stati arrestati la sorella Anna Patrizia e il nipote prediletto, Francesco Guttadauro, cognato di Bellomo, che si occupavano delle comunicazioni con il latitante. L’operazione di oggi punta a tagliare i finanziamenti del boss mafioso, dei quali Bellomo rappresentava una bella fetta: era suo il compito di procurare i soldi per mantenere la latitanza.

L’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal GIP Nicola Aiello, riguarda persone che vanno dall’elettrauto che controlla se nelle auto dei boss ci siano microspie, al dipendente della Motorizzazione civile di Trapani che verifica le targhe sospette, a chi aveva partecipato pochi giorni prima ad una seduta straordinaria del Consiglio comunale di Castelvetrano dedicata alla lotta alla mafia, fino ad insospettabili titolari di pizzeria. I nomi, oltre a Bellomo, sono i seguenti: Ruggero Battaglia, Rosario e Leonardo Cacioppo, Giuseppe Fontana, Calogero Giambalvo, Salvatore Marsiglia, Fabrizio Messina Denaro, Luciano Pasini, Vito Tummarello, Salvatore Vitale, Gaetano Corrao, Ciro Carrello, Giuseppe Nicolaci, Valerio Tranchida e Salvatore Circello. Vengono accusati di essere stati alle dipendenze di Bellomo per pianificare e organizzare una maxirapina nel deposito di un corriere che ha sede a Campobello di Mazara (“Ag Trasporti”), un tempo di proprietà dei mafiosi palermitani di Brancaccio e oggi sotto amministrazione giudiziaria, il cui bottino da centomila mila euro sarebbe servito in parte a finanziare la latitanza di Matteo Messina Denaro.

C’è persino un inimmaginabile comparsa della soap opera della RAI “Agrodolce”, girata in Sicilia, Salvatore Lo Piparo, affiliato al clan di Bagheria, da sempre vicino a Messina Denaro, che ha deciso di collaborare con la giustizia dopo l’ultimo arresto: «Vi potrà sembrare strano ma io ho fatto proprio la parte di un poliziotto in Agrodolce, andate a vedere. E fui incaricato di andare a procurare delle pettorine con su scritto Polizia, servivano per la rapina al corriere».

La DIA di Palermo ha inoltre sequestrato in mattinata beni immobili e mobili, quote societarie e rapporti bancari per un valore di diciassette milioni di euro, riconducibili ai fratelli Raspanti, Francesco e Giancarlo, imprenditori palermitani ritenuti vicini alla famiglia mafiosa di Bagheria.

Paola Mattavelli

19 novembre 2014

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