Omicidio Melania: La Cassazione si pronuncia chiaramente

Salvatore Parolisi è “pericoloso”, non ha un alibi,  ha depistato le indagini “con la messa in scena della siringa”

Lo mette per iscritto la Cassazione spiegando le motivazioni del diniego alla scarcerazione del caporalmaggiore accusato di aver ucciso la moglie Melania Rea.

La Prima sezione penale della Cassazione scrive che nei confronti di Salvatore Parolisi è stata individuata una “pericolosità specifica sia processuale che criminale desumibile, oltre che dalla particolare gravità ed efferatezza del delitto contestato, anche dal depistaggio posto in essere successivamente (con la messa in scena della siringa) e il Si evince dalla sentenza 2136 che Salvatore Parolisi: “non ha un alibi” e che “nessun profilo di illegittimità è fondatamente ravvisabile nell’ordinanza impugnata, con riferimento alla ritenuta sussistenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”, visto “l’esauriente e corretto riferimento compiuto dai giudici del riesame alla personalità del soggetto indagato ed all’individuazione di una pericolosità specifica sia processuale che criminale, quale desumibile, oltre che dalla particolare gravità ed efferatezza del delitto contestato, anche dal depistaggio posto in essere successivamente e il deturpamento del cadavere”.
La Cassazione respingendo il ricorso del difensori di Salvatore Parolisi pone in risalto
“i profili di gravità indiziaria” e le “esigenze cautelari” nei confronti dell’uomo individuato come unico indagato per l’omicidio della moglie Melania.
Ha dichiarato “infondati” i motivi addotti dai legali del caporalmaggiore, facendo notare che il Tribunale dell’Aquila ha “correttamente applicato le norme e ha offerto, a sostegno delle sue valutazioni, una motivazione completa e logica che resiste a tutte le censure prospettate dalla difesa dell’indagato”.
Per la Corte di Cassazione Salvatore Parolisi non possiede un alibi.
“Occorre considerare – si legge negli atti – che risultando incontestato nel presente giudizio il dato fattuale secondo cui l’omicidio della Rea venne sicuramente commesso in Ripe di Civitella, nel luogo stesso in cui fu rinvenuto il cadavere della vittima, non sembra seriamente confutabile che a tali dichiarazioni dell’imputato, in quanto dirette a sostenere che all’ora in cui si assume che il reato sia stato commesso egli si trovasse ‘altrove’, in tutt’altra località’, possa, a ragione, attribuirsi il significato dell’indicazione di un alibi”.
In ogni caso, precisa la Suprema Corte:
“nessun profilo di illegittimità può ravvisarsi nella decisione del Tribunale che ha attribuito al carattere menzognero delle dichiarazioni dell’indagato una valenza indiziaria, sia pure complementare, ove si consideri che legittimamente il giudice puo’ trarre argomenti di prova anche dalle giustificazioni manifestamente infondate dell’imputato, specie allorquando, come avvenuto nel caso in esame, si registri la presenza di significativi e rilevanti elementi di accusa a carico dello stesso, quale l’accertata presenza di una più che consistente causale, a lui riferibile in via esclusiva”.

Andrea Marasea

20 gennaio 2012

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