Tornado si scontrano in volo, aperta un’inchiesta

Tornado si scontrano in volo, aperta un’inchiesta

tornadoASCOLI PICENO – Due caccia Tornado decollati ieri dalla base stanziale del 6° Stormo di Ghedi (Br) per una missione addestrativa propedeutica a un’esercitazione Nato in programma nel prossimo autunno, si sono scontrati in volo durante le operazioni di rientro e hanno preso fuoco. I rottami in fiamme sono caduti nella zona sottostante provocando diversi focolai su cui sono intervenuti i Vigili del fuoco. Dispersi gli equipaggi composti dai piloti Alessandro Dotto e Mariangela Valentini e da Giuseppe Palminteri e Paolo Pier Franzese in veste di navigatori.

Da quanto si apprende dal sito dell’Aeronautica, sono proseguite per tutta la notte le ricerche dei dispersi e dalle prime ore dell’alba è giunto sul posto anche un velivolo a pilotaggio remoto modello ‘Predator’ del 32° Stormo, decollato dalla base aerea di Amendola (Fg) per fornire ausilio alle ricerche dall’alto.

Poche ore fa è stato diffuso un nuovo comunicato ufficiale dell’Aeronautica: “Escludiamo che i piloti dispersi a seguito dell’incidente aereo siano ancora vivi”, nel frattempo è stato rinvenuto il corpo carbonizzato di uno degli avieri che, nonostante avessero utilizzato il sistema di eiezione, con tutta probabilità non sarebbero riusciti ad allontanarsi dalle fiamme sprigionatesi nell’impatto. Le ricerche a terra, coordinate da Prefettura e Protezione Civile, riprenderanno non appena saranno estinti gli incendi provocati dall’esplosione dei due aerei.

Per indagare sulle dinamiche dell’incidente è stata nominata dall’Aeronautica una commissione d’inchiesta. Già nel tardo pomeriggio di ieri un’equipe di esperti sulla sicurezza del volo ha raggiunto il luogo dell’incidente per i primi rilievi e per coordinare le unità d’intervento coinvolte. Secondo quanto riferito dall’Aeronautica i velivoli stavano sorvolando la zona di Ascoli, una di quelle aree prescelte per le rotte di addestramento che sono approvate a priori e spiegate ai piloti durante il briefing che anticipa il volo.

Tutto sarà sicuramente più chiaro quando saranno recuperate le scatole nere dei due aerei: attraverso le loro rilevazioni si potrà conoscere con maggiore dettaglio quel che è accaduto e se i Tornado abbiano volato sotto la quota prevista, come sostenuto da alcuni testimoni oculari presenti al momento dell’impatto. Nelle prossime ore arriverà sul luogo della tragedia il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Pasquale Preziosa.

Secondo il generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare e attuale presidente della Fondazione Icsa: “Ancora non sappiamo né gli esiti né le cause dell’incidente. È bene adottare ogni prudenza e attendere i risultati dei rilievi in corso. L’importante, però, è che quanto accaduto non susciti polemiche sulle attività addestrative, che sono fondamentali. Dobbiamo soltanto ringraziare i militari che, pur tra mille ristrettezze di bilancio, continuano a svolgere il loro lavoro meglio di chiunque altro e hanno sempre dato prova di altissima professionalità in Italia e nelle missioni all’estero. Se il comparto pubblico italiano può vantarsi di qualcosa a livello internazionale è proprio per l’attività delle forze armate”.

Senza entrare nel merito della professionalità delle nostre milizie è bene ricordare alcuni incidenti aerei precedenti a quello di Ascoli e i loro esiti. Era il 6 dicembre 1990 quando, poco dopo le 10.30, un Aermacchi MB 326 in avaria colpì l’aula in cui si trovavano sedici ragazzi: dodici le vittime di quella classe, cui vanno aggiunti i circa ottanta feriti in seguito alle fiamme divampate dopo l’impatto. Sotto accusa per omicidio colposo plurimo, incendio colposo e disastro aereo finirono tre militari: l’allora sottotenente Bruno Viviani – che si trovava in cabina di comando – e i suoi superiori, il tenente colonnello Roberto Corsini, addetto alla torre di controllo di Villafranca – da cui l’aereo era partito – e il colonnello Eugenio Brega, ai tempi comandante del 3° stormo di cui Viviani faceva parte.

Per il processo di primo grado si dovette attendere fino al gennaio 1995, in un braccio di ferro che ha visto contrapporsi da un lato i familiari delle vittime e dei feriti e dall’altro l’Aeronautica militare. La sentenza condannò i tre militari a due anni e sei mesi: i giudici accertarono imperizie nella gestione dell’emergenza che determinò la sciagura. I successivi gradi di giudizio, però, non contemplarono più l’ipotesi d’imperizia: la sentenza d’appello, confermata poi dalla Cassazione, non solo assolse gli imputati, ma tacciò di derive politiche i magistrati di primo grado. Secondo la Corte, le cause di quel disastro dovevano essere ricondotte esclusivamente a un’imprevedibile quanto inevitabile fatalità.

Il 3 febbraio 1998, otto anni dopo i fatti di Casalecchio di Reno, proprio nel giorno in cui la Cassazione confermava il secondo grado di giudizio per l’incidente occorso all’istituto Salvemini, in Val di Fiemme un aereo militare statunitense, partito dalla base di Aviano, tranciò in volo il cavo di una funivia: è la strage del Cermis, nella quale morirono diciannove passeggeri e il manovratore della cabinovia. Tutte europee le vittime: sette tedeschi, cinque belgi, tre italiani, due polacchi, due austriaci e un olandese.

Le investigazioni partirono dall’Italia, ma poi, su decisione del Gip di Trento, passarono alla giustizia militare statunitense in base a convenzioni Nato risalenti ai primi anni ‘50. In un primo momento le indagini riguardarono tutti i membri dell’equipaggio ma ad essere sottoposti a processo furono solo in due: il capitano Richard Ashby, pilota del Grumman EA-6B Prowler che provocò la sciagura, e il navigatore Joseph Schweitzer, deferiti entrambi a una corte militare del Nord Carolina. Nonostante si sia accertato nel corso del dibattito che il velivolo stesse mantenendo un’altezza di volo ben inferiore rispetto a quando disposto dai codici, la sentenza finì con un’assoluzione. I militari statunitensi sono stati ritenuti responsabili solo di aver distrutto prove video risalenti al giorno del disastro. Per questo – e non per il reato di omicidio colposo plurimo – sono stati radiati con disonore dalle forze armate americane. Nel 2008 i militari hanno impugnato la sentenza chiedendo il reintegro e parlando di un ‘patto’ tra i governi dei due Paesi per far cadere l’accusa più grave, quella di omicidio.

Davide Lazzini
20 agosto 2014

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