Casa di Alice: educatori in manette per violenze sui pazienti

Casa di Alice: educatori in manette per violenze sui pazienti

disabili-San-benedetto-del-Tronto_internaLe vittime degli abusi venivano denudate e rinchiuse in una stanza angusta e buia, nella quale erano costrette pure ad urinarsi addosso. In un altro locale della struttura, la “stanza azzurra”, venivano spintonati e ripresi in malo modo. Fortunatamente i carabinieri di San Benedetto del Tronto sono intervenuti, liberando i giovani ospiti della “Casa di Alice” di Grottammare (Ascoli Piceno), un centro socio educativo volto – almeno sulla carta – a prestare aiuto a ragazzi autistici dagli 8 ai 20 anni d’età. La struttura è gestita dal comune, attraverso una cooperativa esterna.

Attraverso il “via libera” promosso dal gip del tribunale di Fermo, i carabinieri hanno arrestato cinque educatori e sequestrato altresì la “stanza di contenimento”. Le persone ritenute responsabili delle atrocità sono: Roberto Colucci, 47 anni – coordinatore del centro – e gli operatori Rossana Raponi, 53, Maria Romana Bastiani, 46, Susan Ciaccioni, 43 e Luciana D’Amario, 53. La procura di Fermo, qualche mese fa, dispose l’avvio di una serie di intercettazioni video nei vari ambienti della “Casa”, tra cui la “stanza di contenimento”, un locale di 8 metri quadrati senza mobili e con una piccola finestra – chiusa – e la “stanza azzurra” – nome dato dal colore delle pareti – che, contrariamente all’apparenza, metteva paura ai ragazzi, come emerso dalle loro conversazioni.

L’indagine, coordinata dal pm Domenico Seccia e condotta dal N.o.r., guidato dal tenente Mario Loiacono, ha consentito, grazie alle riprese, di accertare i numerosi episodi di aggressione fisica e psicologica consistenti in spintoni, schiaffi, strette al corpo e minacce gestuali ai danni dei giovani, che venivano sistematicamente puniti nella “stanza di contenimento”, che fungeva da strumento per reprimere la vivacità dei ragazzi. In realtà, come precisato dal pm e dai carabinieri nel corso di una conferenza stampa, i pazienti erano «totalmente estranei a comportamenti violenti o azioni che giustificassero il loro contenimento, che veniva attuato anche per molte ore all’interno di quell’ambiente malsano. Talvolta i giovani erano denudati dagli educatori e costretti a urinarsi addosso».

L’uso di sistemi di contenimento, previsto dal regolamento manicomiale del 1909, prevedeva l’utilizzo di mezzi come stanze isolate e camicie di forza, ma solamente in casi eccezionali e limitati all’effettivo manifestarsi di comportamenti violenti del paziente. Questa norma, comunque, è stata abolita con la riforma psichiatrica del 1978. Attualmente nel nostro ordinamento non c’è alcuna disposizione di legge che autorizzi, anche implicitamente, l’uso di mezzi di contenzione. Il lavoro investigativo prosegue per ricostruire i contorni di altri episodi di violenza che si sarebbero verificati all’interno del medesimo centro, prima dell’inizio delle riprese video che hanno consentito di interrompere il perpetrarsi di un fenomeno che, purtroppo, appare sempre più spesso nelle cronache.

Davide Lazzini
16 luglio 2014

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