Usa: “Troy Davis è stato giustiziato”, inutile il ricorso

Una grande campagna internazionale si era mobilitata per evitare quanto successo ieri notte in Georgia (Usa): Troy Davis, afroamericano di 42 anni, è stato giustiziato con un iniezione letale. L’uomo era stato condannato a morte per aver ucciso un agente, Mark MacPhail che si trovava fuori da un Burger king mentre stava soccorrendo un senzatetto che era stato picchiato, in un parcheggio di Savannah nel 1989. Ma i dubbi sulla colpevolezza di Davis sono sempre stati molti, per questo motivo da ogni parte del mondo vi sono state numerose iniziative per evitare la quanto successo ieri notte.

Proprio ieri i legali di Davis avevano fatto ricorso nella giornata di ieri tanto che l’esecuzione era stata rimandata di 4 ore in attesa del verdetto del tribunale. Verdetto che ha respinto le richieste dei legali di Davis. L’uomo è stato così giustiziato ieri nel carcere di Jackson, in Georgia, con un’iniezione letale alle 5:08 (ora italiana), ricordiamo che sulla sua colpevolezza aveva espresso grandi dubbi anche un ex direttore dell’FBI.
Ad assistere all’esecuzione anche il figlio del agente che Davis avrebbe ucciso, per la famiglia della vittima.
In poche ore sul web sono scattate le proteste tanto che in una petizione online sono già state raccolte quasi un milione di firme.
Questo è sicuramente un caso molto particolare, secondo indiscrezioni sette dei nove testimoni avrebbero modificato nel corso degli anni la loro versione dicendo di “essere stati costretti dalla polizia a testimoniare contro di lui”.
Davis prima di esser stato giustiziato ha più volte urlato ai giornalisti presenti di essere innocente, queste le sue parole riportate da un cronista li presente: “L’incidente di quella notte non è colpa mia. Non avevo una pistola. Non ho ucciso vostro figlio, padre o fratello. Sono innocente”,
Nel frattempo fuori dal carcere centinaia di persone hanno manifestato gridando: “Sono Troy Davis”.
Che Troy Davis sia stato colpevole o meno resta il fatto che molto probabilmente la pena di morte non sia la soluzione per “punire” chi ha commesso un reato, anche se si tratta di omicidio. Il carcere dovrebbe esser un posto dove “rieducare” non annientare, così facendo ci si riduce nella stessa condizione di chi ha commesso un omicidio.

 

di Enrico Ferdinandi

 

22 settembre 2011

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