Caso Bergamini, dopo 24 anni riaperta l’inchiesta: indagata l’ex fidanzata

Caso Bergamini, dopo 24 anni riaperta l’inchiesta: indagata l’ex fidanzata

Un avviso di garanzia è stato notificato ad Isabella Internò, ex fidanzata di Donato Bergamini, che dovrà rispondere davanti alla Procura di Castrovillari di concorso in omicidio. La riapertura del caso ha portato alla luce nuove verità: la morte del calciatore del Cosenza investito da un camion sulla statale 106 a Roseto Capo Spulico il 18 novembre 1989 non fù un suicidio.

226px-DonatobergaminiDopo 24 anni sono giunte ad una svolta le indagini della Procura di Castrovillari per la morte di Donato Bergamini. Secondo il nuovo filone investigativo, l’ex calciatore del Cosenza era già morto quando fu investito dal camion e non si gettò sotto il mezzo per suicidarsi come stabilì la prima inchiesta.  Si è giunti a queste conclusioni grazie ad una serie di perizie realizzate dai Ris e dal medico legale dopo la riapertura del caso su richiesta della famiglia Bergamini che, nella speranza di avere giustizia, non ha mai smesso di lottare per arrivare alla verità. L’avvocato Eugenio Gallenari, svolgendo un minuzioso e puntuale lavoro ha infatti permesso di far riaprire il caso mettendo in risalto numerose discrepanze presenti nella versione ufficiale consegnando un memoriale di oltre 200 pagine alla Procura di Castrovillari nel 2011. Nel dicembre dello stesso anno infatti, Isabella Internò venne nuovamente sentita in quanto testimone oculare di quel presunto incidente stradale che causò la morte del calciatore.

Provando a ripercorrere le tappe salienti di questa misteriosa vicenda al quale assistettero l’autista del Fiat Iveco 180, Raffaele Pisano e, come già ricordato, l’ex fidanzata del giocatore, che dichiarò sin dal primo momento che Bergamini dopo un’accesa discussione avuta con lei (“Voleva scappare in Grecia” disse ai giornalisti dell’epoca e agli inquirenti) si era tolto la vita tuffandosi tra le ruote dell’autocarro, versione confermata dallo stesso camionista. La frettolosa conclusione al quale arrivarono gli inquirenti del posto fu quella del suicidio, nonostante le numerose discrepanze rilevate e i tantissimi indizi che avrebbero consigliato maggiore attenzione.

Sin da subito sorsero numerosi dubbi relativi allo stato del corpo di Bergamini al momento del ritrovamento e sui suoi effetti personali: dalle simulazioni svolte successivamente dai Ris, questi intuirono che se le cose fossero andate come raccontato dai testimoni, catenina ed orologio del calciatore sarebbero andati distrutti ma non fu così. La sorella del centrocampista parlò inoltre di un’importante testimonianza sparita dal fascicolo e ha ricordato come il loro telefono non fu mai messo sotto controllo nonostante le numerose telefonate di minaccia ricevute. A questo va aggiunto che i vestiti riconsegnati alla famiglia: scarpe, gilet e calzini erano completamente puliti ma quel giorno la strada era piena di pozzanghere. Da non dimenticare poi, la morte di due impiegati del Cosenza Calcio che avevano promesso alla famiglia nuovi particolari.

Il medico legale che eseguì l’autopsia, soltanto un mese dopo la morte e per volontà della famiglia, in quanto nessuno nell’immediato dell’accaduto si preoccupò di richiederla, dichiarò che il quadro lesivo che si presentava non era quello che poteva ricondurre ad un trascinamento bensì erano ferite tipiche di un sormontamento: il camion sarebbe infatti passato sopra il corpo del giovane, già probabilmente deceduto. Inoltre il cadavere presentava un’ampia ferita all’altezza del bacino destro ma l’impatto, stando alle parole dei testimoni, sarebbe dovuto avvenire sul lato sinistro mentre il resto del corpo era intatto, scena pertanto del tutto incompatibile con un trascinamento.

A ciò vanno aggiunte le rivelazioni che vennero rilasciate dall’ex compagno di squadra Sergio Galeazzi, un paio d’anni fa in un intervista al settimanale “Cosenza Sport”. Raccontava infatti che in quegli anni i calciatori della squadra calabrese erano soliti trascorrere il sabato pomeriggio prima delle partite da disputare in casa al Cinema Garden, in centro. “Eravamo in galleria, Donato stava da solo, due file più avanti. Quando si è spenta la luce ed è iniziata la pubblicità ho visto Donato alzarsi. Ero seduto vicino all’ingresso, proprio all’inizio della fila di poltroncine, e ho fatto in tempo a seguirlo con lo sguardo. L’ho fatto istintivamente, come quando ti accorgi che sta accadendo qualcosa. Ho visto con sufficiente chiarezza che lo attendevano due persone. Ho visto solo le loro sagome, non so dire se fossero due uomini, un uomo e una donna. Non so se sono andati via insieme, ma di certo Donato non è più rientrato. Sono stato l’unico calciatore del Cosenza a non essere interrogato da magistrati e carabinieri. Con il passare del tempo ho capito che non c’era alcun interesse a riaprire il caso”.

Michele Padovano, anch’egli ai tempi calciatore del Cosenza, raccontò che prima di andare al cinema era insieme a Bergamini nella loro stanza d’albergo:”Dopo pranzo, riposavamo. La sveglia era fissata per le quattro del pomeriggio, lo spettacolo iniziava alle quattro e mezza. Intorno alle tre Donato ricevette una telefonata in camera. Non ci feci caso, ma lui cambiò espressione. Sembrava volesse parlarmene, non disse niente: diventò assente. Di solito andavamo al cinema con un’auto, quel giorno mi disse che avrebbe preso la sua. Voleva stare da solo. Accese il motore ed è stata l’ultima volta che l’ho visto”

Domizio Bergamini, padre di Donato, in un’intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport dichiarò:”Ho avuto la certezza che l’avessero ammazzato quando mi hanno mostrato la foto. Avevo viaggiato tutta la notte per arrivare in Calabria. In ospedale non me l’hanno fatto vedere, dicevano che era messo male. Devastato dall’incidente. E allora di nuovo in caserma. Il brigadiere dopo un’ora di anticamera ha ricevuto solo me. Mi ripeteva del suicidio, non ero convinto. Urlavo che volevo dare un bacio al mio Denis. Allora da un cassetto ha preso una piccola diapositiva. “Guardi”. Ero stanco e disperato. Ho notato solo le ruote del camion. Il carabiniere mi mostrò un punto: “E’ suo figlio…”. Ho asciugato gli occhi e mi è crollato il mondo. Era persino pettinato. Mi stavano prendendo in giro. Per lavoro ho guidato autocarri simili e so per certo che se finisci travolto, resti maciullato. E dovevo credere alla versione ufficiale: corpo trascinato per 60 metri? Per tutto questo tempo mi hanno raccontato solo bugie”.

Tesi avvallata anche da Carlo Petrini, ex calciatore degli anni ’80 che nel libro “Nel Fango del Dio Pallone” edito nell’anno 2000 dedicò un capitolo a questa triste vicenda, intitolandola “Il calciatore suicidato”. Egli  fu il primo a parlare di omicidio e non di suicidio come ipotizzato. A distanza di 24 anni, la famiglia attenda e merita di conoscere finalmente la verità.

 di Davide Nazzari

18 maggio 2013

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