Yarmouk: nel quartiere dei palestinesi distrutto da Assad
Yarmouk, Damasco. C’è un parco giochi, o meglio: quel che resta di un parco giochi. Uno scivolo spezzato, una giostra piegata dal fuoco, le altalene ridotte a scheletri di ferro. Il vento solleva la polvere dalle macerie e la porta fino ai vicoli dove un tempo si vendevano dolci, vestiti, libri di scuola. A Yarmouk non si sente più alcuna voce di bambino. Solo il ronzio delle mosche, e il fruscio dei passi cauti di chi cerca tra le rovine un oggetto, un ricordo, una prova che la vita, qui, sia davvero esistita.
Nata come campo profughi palestinese nel 1957, Yarmouk era diventata col tempo un quartiere pulsante di Damasco. Sessant’anni dopo la Nakba, la “catastrofe” dell’esodo palestinese, questa enclave si era trasformata in una città nella città: 160 mila abitanti, cinema, ospedali, università, una delle comunità più vivaci e colte del Paese. Per reddito era la terza “città” della Siria, dopo Damasco e Aleppo. I palestinesi di Yarmouk erano siriani in tutto, tranne che nei documenti.
Oggi, non resta nulla. Yarmouk è una distesa di cemento sbriciolato, di edifici sventrati e finestre senza vetri. Sembra Gaza, dicono in molti. Ma non è Gaza. È la Siria. E qui le bombe non arrivano da Israele, ma da Bashar al-Assad.
Nel 2012, Yarmouk fu travolto dalla guerra civile. Prima entrarono i ribelli, poi l’esercito siriano, poi i jihadisti di al-Nusra, poi l’ISIS. A ogni nuova occupazione, un nuovo cerchio di inferno. Quando Assad decise di riprendersi il quartiere, nel 2018, lo fece con la stessa ferocia che aveva riservato a Homs e ad Aleppo. Bombardamenti a tappeto, barili esplosivi, assedi che durarono anni. Yarmouk fu ridotta alla fame: le persone mangiavano erba, gatti, piccioni. “La morte per fame”, scriveva allora l’ONU, “è divenuta un’arma di guerra”.
Le immagini che arrivano oggi da Gaza sembrano un déjà-vu per chi ha vissuto Yarmouk. Le case spaccate in due, le madri che scavano con le mani, le file per l’acqua, per il pane, per un’ora di elettricità. Ma qui, a Damasco, nessuno piange per Gaza. “Le nostre lacrime si sono esaurite da tempo”, dice Abu Khaled, ex insegnante di matematica, uno dei pochi rimasti. Vive in un seminterrato insieme alla moglie e a un nipote, sopravvissuto per miracolo. “Quando guardo Gaza, non vedo altro che il nostro stesso destino. Ma almeno loro, nel mondo, qualcuno li guarda. Noi siamo stati cancellati”.
Delle 160 mila persone che vivevano a Yarmouk, oggi ne restano poche centinaia. Gli altri sono sparsi nei campi profughi del Libano, in Giordania, o nelle periferie più povere della stessa Siria. Alcuni sono partiti per l’Europa, ma la maggior parte ha semplicemente smesso di cercare una casa. Per i palestinesi, la casa è sempre altrove.
Il regime di Assad ha promesso la ricostruzione. Ha mostrato progetti, plastici, rendering di una “nuova Yarmouk”, con strade ordinate e palazzi moderni. Ma per tornare qui servono documenti di proprietà che molti non possiedono più, o che sono stati distrutti durante i bombardamenti. Altri ancora sono semplicemente vietati dal ritorno, bollati come “simpatizzanti dei terroristi”. Di fatto, Yarmouk è una terra confiscata.
Passeggiando tra i ruderi, si incontrano uomini che portano con sé le chiavi di case che non esistono più. Le tengono come amuleti, come lo fecero i loro genitori quando fuggirono dalla Palestina nel 1948. “Una volta siamo stati cacciati da Haifa. Poi da Yarmouk. Domani, da dove ancora?”, dice Um Ayman, 70 anni, che vive in una tenda tra i resti di quella che era la sua via. “Siamo diventati esperti di macerie. Sappiamo riconoscere, dal tipo di odore, se sotto ci sono cadaveri vecchi o nuovi.”
Nel silenzio delle strade distrutte, risuonano echi lontani: il rumore dei giochi nel parco, il richiamo del venditore di falafel, la voce del muezzin. Tutto è svanito. Solo le scritte sui muri resistono: “Palestina libera”, “Ritorneremo”. Ma il ritorno, oggi, è solo un’idea senza geografia.
Yarmouk era il cuore della diaspora palestinese in Siria, un simbolo di integrazione e di riscatto. La sua distruzione non è stata solo una perdita materiale, ma la cancellazione di una memoria. “Assad ha distrutto il campo non solo per colpire i ribelli”, spiega un analista locale, “ma per spegnere un modello di comunità araba solidale, autonoma, capace di vivere senza il controllo dello Stato.”
E così, mentre il mondo guarda a Gaza, qui la tragedia è già avvenuta, ed è stata dimenticata. Tra le rovine di Yarmouk, la guerra non è solo un ricordo: è una condizione permanente. Non ci sono sirene d’allarme, né titoli in prima pagina. Solo una città spettrale, dove un tempo c’era vita, e ora resta soltanto la polvere.
“Gaza oggi è sotto assedio,” dice Abu Khaled, “ma anche noi lo siamo. Lo siamo nella memoria del mondo. Nessuno parla più di noi.” Poi alza lo sguardo verso il cielo grigio, come in cerca di un segno, e aggiunge: “Eppure, anche qui, un tempo, c’era un parco giochi.”



