Ho visto cose che voi umani

Ho visto cose che voi umani

Il dibattito riguardo la consacrazione a settima arte del cinema è attuale e, con l’accesso sempre più di massa a questo mondo, mai come ora frenetico e vibrante.

La tecnologia nell’era dell’informazione ha infatti permesso a demografie sempre più grandi e diverse di approcciarsi alla cultura su celluloide, garantendone un posto in prima fila nei campi dell’intrattenimento, della divulgazione, della politica, costruendo un immaginario collettivo, una pop culture, internazionale, i cui simboli e pilastri sono riconosciuti ovunque nel mondo.

Ed è la tecnologia stessa, con il suo continuo evolversi, che da secoli ormai è oggetto delle più sfrenate fantasie collettive, tanto da creare un filone narrativo tutto suo.

La Fantascienza ha seguito di pari passo questo mutamento, fin da quando la scienza e la tecnica hanno cominciato ad impattare con la vita quotidiana dell’uomo comune, durante la rivoluzione industriale. I viaggi intorno, sopra e sotto il mondo di Jules Verne e H. G. Wells sono colonne portanti di letteratura, cinema e mondo radiofonico, ricavando per i loro discendenti spirituali un ruolo a 360° nella cultura moderna e contemporanea.

La fantasia di scrittori e visionari è solleticata verso mete sempre più lontane e ignote, fino a considerare la galassia, il sistema nostro solare stretto, sentendo quindi il bisogno di andare oltre le Colonne d’Ercole. E più ci si allontana più cresce l’ignoto, e con questo il terrore sia di cosa potremmo trovare, sia di come ci si potrebbe arrivare.

Il cosa e il come sono un po’ i fili conduttori di Blade Runner (1982), che fondendosi con il genere poliziesco, ci accompagna in un futuro prossimo distopico e inquietante, dove la tecnologia non è fredda e lontana dall’uomo, al contrario è vicina, troppo vicina. L’opera riprende il romanzo di Philip K. Dick “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (Gli androidi sognano pecore elettroniche/robotiche?) e racconta la storia di un cacciatore di replicanti, macchine in tutto simili agli umani biologici, utilizzati dalle corporation interplanetarie come instancabile forza lavoro nelle colonie extraterrestri. Semplici macchina o qualcosa di più? Il dilemma morale accompagna lo spettatore per tutta la narrazione, insinuando il dubbio sin dal principio con un originale pretesto narrativo. Nella pellicola di Ridley Scott il protagonista, poliziotto fuori servizio Rick Deckard (interpretato da Harrison Ford) ha il compito di ritirare dal servizio, eliminandoli fisicamente, quei replicanti che ribellandosi alla loro programmazione fuggono dai loro doveri, e tentano di cominciare una nuova vita sulla terra infiltrandosi tra gli umani, spacciandosi per organismi biologici, ripudiando gli algoritmi e le stringhe di codice che li vorrebbero miti schiavi del progresso,  gregge di lavoratori senza tutele sindacali, senza pretese.

L’idea di macchine che ricalchino le features umane dei loro creatori non nasce certo qui, ma Blade Runner scava a fondo in questo concetto immaginando delle vere e proprie controparti biologiche alla razza umana, tanto complesse e perfette da sviluppare una propria coscienza, con un implicito desiderio di autodeterminazione, che li porta verso il desiderio più squisitamente umano fra tutti, la libertà.

Agli occhi del mondo, e in particolare delle multinazionali, o meglio, interplanetari che li controllano, questi non sono altro che macchinari, certo complessi e preziosi, ma pur sempre sullo steso piano di un martello o una ruspa. La loro creazione è dettata esclusivamente da esigenze di mercato, come ad esempio estrarre metalli dal valore incalcolabile su pianeti tanto ostili da non permettere la vita in nessuna forma, tantomeno quella umana. Attrezzi autonomi, in grado di arrivare senza problematiche fisico-biologiche in galassie lontane lontane, ambienti sempre più ostili, e per questo richiedenti utensili di volta in volta con sinapsi più complesse e veloci, sempre meno macchine e di conseguenza sempre più umane.

La lotta di classe portata avanti da questi operai del futuro viene profondamente esplorata dagli autori, che lasciano qua e là informazioni allo spettatore riguardanti anche le altre mansioni dei replicanti. Viene chiaramente inteso che questo proletariato del futuro non venga utilizzato solo nelle miniere di Urano. Priss per esempio, ha fattezze squisitamente femminili, un corpo da modella e l’innata abilità di sedure.

Ha un’utilità nei campi di lavoro un automa del genere? Ovviamente no, lei viene infatti letteralmente utilizzata come sex worker, per soddisfare gli impulsi dei viaggiatori intergalattici nelle loro solitarie traversate.

Altri invece, addestrati alla vita militare fin dal primo beep, vengono dislocati come carne da cannone ai confini della galassia, lasciando intendere come siano in corso delle sanguinose guerre al di là dei confini della terra, i cui protagonisti sono proprio i replicanti, in armi contro i loro stessi fratelli, la cui unica colpa è essere di proprietà di qualcun altro.

Ma la realtà dei replicanti non è più solamente un lontano miraggio in un romanzo di fantascienza, i passi da gigante della robotica hanno infatti spianato la strada ai primi modelli di IA avanzata e di robot se non “più umani degli umani!” (per citare il film) umani quasi quanto gli umani.

Bastano pochi click su un motore di ricerca per entrare in contatto con aziende specializzate nella vendita di sex bot, riproduzioni fedelissime di un essere vivente, dotate di intelligenza artificiale, facce in grado di mostrare emozioni e processori in grado di memorizzare piccoli comandi e routine. La creazione di questi automi pone numerose domande e dubbi morali, che al di là del sesso, ci mettono impreparati di fronte ad una realtà sconosciuta: condividere il pianeta con dei nostri simili. Nonostante i replicanti siano ancora in uno stadio Alpha, lontani (ma non troppo) da quelli di Blade Runner, sono già in corso numerosi studi socio-tecnologici, che hanno come compito quello di analizzare le eventuali conseguenze di un utilizzo su larga scala di questi androidi, come quello portato avanti dal professor Noel Sherkey, dell’università di Sheffield (dal titolo “Il nostro futuro con i Robot”), in cui si arriva ad ipotizzare un’ adozione su larga scala degli androidi, al punto che questi vengano trattati come pari, e riescano ad intrecciare rapporti affettivi ed emotivi con gli esseri umani.

In particolare, i ricercatori si soffermano sull’uso terapeutico che questi nuovi esseri di lattice e metallo possano ricoprire: ne viene immaginato l’impiego al fianco degli anziani, nelle case di riposo, in qualità di infermieri, sempre disponibili e sempre di compagnia. O ancora, un utilizzo prestato alle vittime di abusi, agendo da elementi riabilitatori per persone che hanno subito grossi traumi, e faticano non poco ad aprirsi di nuovo socialmente ed emotivamente. Umani che non sono umani quindi, una strana via di mezzo sicuramente più accettabile ma che, anche in questo caso, solleva importanti interrogativi.

Abituarsi ad avere degli umani-oggetti, potrebbe svalutare i rapporti tra umani biologici? Potrebbe portare all’oggettificazione definitiva dell’Altro? In una società globale in cui esistono ancora grosse spaccature di genere, l’introduzione dei robot aiuterebbe o allargherebbe ulteriormente il divario?

L’unica certezza per ora, è che opere cinematografico/letterarie come Blade Runner hanno influenzato e influenzano ancora la direzione verso cui la tecnologia si sta muovendo, diventando veri e propri fenomeni Cult.

L’interrogativo che tutti si pongono al momento però è uno solo, riuscirà il seguito del film ad avere lo stesso impatto del suo predecessore?

L’unico modo per saperlo è aspettare il 5 ottobre e vivere insieme il nuovo progetto di Denis Villeneuve, con Harrison Ford  e  Ryan Gosling.

 

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