Stephen King al cinema | Vendesi paura

Stephen King al cinema | Vendesi paura

Per i lettori dei racconti dell’orrore e non solo, è impossibile non conoscere Stephen King. Il celebre scrittore del Maine è famoso anche per chi non mastica di letteratura, dato che dai suoi romanzi sono stati tratti diversi film cinematografici e televisivi di successo.

Tuttavia un lettore dei romanzi di Stephen King potrebbe notare qualcosa che non va in questi film. Non mi riferisco ai soliti discorsi sul libro che è meglio del film, delle differenze nel film rispetto al romanzo, ecc. Sto parlando del cambiamento presente in un elemento molto più importante: l’essenza della storia.

E’ risaputo ormai che nei film tratti da opere letterarie possono venir modificati gli eventi, anche al punto di arrivare a stravolgere l’intreccio narrativo. Il motivo di questa scelta è dovuto alle spese sui diritti d’autore e al fatto che alcune scelte narrative che funzionano su carta non ottengono lo stesso effetto in una pellicola.

Finché sono solo gli eventi a cambiare si sta comunque raccontando la stessa storia; quando invece cambiano anche i temi trattati nel racconto, allora si sta raccontando una storia diversa.

Questo è il caso dei romanzi di Stephen King, dai quali vengono tratti di recente film che sono anche ben realizzati, ma relegati ingiustamente al cinema horror commerciale.

“Stranger It”

Entrambi i film di It vedono Andy Muschietti alla regia e Gary Dauberman come sceneggiatore, i quali hanno sostituito Cary Fukunaga in questo progetto iniziato nel 2009 e che sarebbe dovuto terminare nel 2015 con il Capitolo 1.

Fukunaga abbandonò il progetto a causa di alcune divergenze creative con la produzione; cito alcune parole estratte da una sua intervista sull’argomento: “Volevano che realizzassi una sceneggiatura molto più inoffensiva e convenzionale, ma io non credo che si possa adattare Stephen King rendendolo inoffensivo.

Un horror del genere definito “offensivo” fa pensare alla presenza di un antagonista che sevizia e uccide bambini. Da quanto trapelato, nello script originale di Fukunaga (gran parte del quale è rimasto nel film di Muschietti) erano presenti alcune scene davvero esagerate (anche queste modificate, alleggerite, e riproposte nella pellicola) ma l’adattamento di Muschietti risulta senza dubbio “inoffensivo”.

It – Capitolo 1 tratta la parte del romanzo di Stephen King riguardante i protagonisti bambini.

In sintesi, questa parte vede come protagonisti un gruppo di giovani in età preadolescenziale, ognuno con i propri problemi personali che gli rendono difficile l’inserimento nella società, ma allo stesso tempo li portano a stringere una forte amicizia che gli permette di affrontare le proprie paure e difficoltà nella vita.

Paure massimizzate da un mostro che tiene in pugno la cittadina di Derry. Un mostro in grado di leggere le menti delle persone, e capace di manipolare la realtà per manifestarsi, appunto, sotto forma delle peggiori paure delle sue vittime, per poi ucciderle.

Le vittime del mostro sono bambini, le cui menti sono più facili da manipolare e a cui nessun adulto crederebbe mai nel caso dovessero sfuggirgli, tant’è che l’aspetto simbolo di questa creatura è quello di Pennywise il clown, ma i protagonisti sanno che non è nemmeno questa la sua vera forma e lo chiamano semplicemente “It“: in inglese significa “Esso”, ed è un modo usato da King per definire il “mostro sotto il letto” di cui hanno paura i bambini.

Questa è l’essenza della storia di It, e paradossalmente tutto questo viene trattato in maniera abbastanza superficiale nel film, il quale punta più a un’avventura scanzonata e sulla comicità macabra del clown.

Non volevano personaggi, ma archetipi e paura”, diceva sempre Cary Fukunaga nella stessa intervista citata prima, ed effettivamente non tutti i personaggi del film hanno lo spessore che meriterebbero.

Se da un lato abbiamo Beverly Marsh scritta in maniera perfetta, così com’è ottima anche la scrittura di Henry Bowers, Bill Denbrough, e Ben Hanscom, dall’altro lato abbiamo un Eddie Kaspbrak che vede poco approfondito il rapporto con sua madre ed è troppo prigioniero del suo personaggio, così come Richie Tozier.

Richie è il comico del gruppo, ma se riesce a trovare il tempo di scherzare proprio in ogni situazione, i momenti ottengono inevitabilmente un altro tono.

Infine, abbiamo i personaggi di Stan Uris e Mike Hanlon che semplicemente non sono pervenuti. Un peccato, considerando l’importanza notevole di entrambi nel Capitolo 2.

Ci sarebbe anche qualcosa da dire su Pennywise che, com’è giusto che sia secondo il romanzo, ha un basso minutaggio sullo schermo se rapportato alle oltre due ore di film, ma in quel poco tempo a disposizione con la sua comicità macabra si dimostra più comico che macabro, oltre ad essere di poche parole.

L’altra vittima della sceneggiatura è la cittadina di Derry.

Una delle qualità di Stephen King è quella di far vivere ai lettori i luoghi in cui sono ambientati i suoi racconti, e per farci vivere Derry ha messo a disposizione un libro di oltre 1200 pagine.

I Barren, la cisterna, le ferriere, le fogne ecc. Tutto questo nel film viene usato solo come sfondo, fatta eccezione per la casa abbandonata di Neibolt Street, la quale si adegua però ai toni diversi del film rispetto al romanzo e da l’idea di essere più un’attrazione dell’orrore da luna park.

Se l’intento dei produttori era quello di creare una sorta di Stranger Things in chiave horror, allora possiamo dire che It – Capitolo 1 è un film davvero ben riuscito.

Effettivamente si possono riscontrare diverse similitudini tra il film di Muschietti e la fortunata serie Netflix, come l’ambientazione negli anni ‘80 anziché negli anni ‘50 (dovuta al fatto che tutti i film tratti dai romanzi di Stephen King, compreso It – Capitolo 2, vedono il loro periodo storico spostato ai giorni nostri) e Richie interpretato da Finn Wolfhard (Mike di Stranger Things).

Tuttavia come trasposizione cinematografica del romanzo è invece una delusione immensa, perché It non dovrebbe essere uno Stranger Things in chiave horror. Si può dire che nella prima mezz’ora la trasposizione è pressoché perfetta, ma nei restanti 105 minuti il film prende un’altra piega.

L’opera di Muschietti non esce immacolata nemmeno nel confronto con la famosissima miniserie di It del 1990, la quale vedeva Tim Curry nei panni di Pennywise il clown.

Per quanto la trasposizione cinematografica risulti inevitabilmente realizzata meglio, grazie ai mezzi moderni, al budget superiore, e ben 135 minuti solo per raccontare metà del romanzo, la miniserie di Tommy Lee Wallace mantiene benissimo l’essenza della storia, tramite la drammaticità che non smette mai di accompagnare i protagonisti (elemento in cui pecca un po’ il film di Muschietti) alternata ai momenti d’orrore, e la potenza delle memorie d’infanzia trasmessa grazie alla narrazione che, come avviene nel romanzo, alterna la storia dei protagonisti bambini a quella di quando sono ormai adulti.

Horror commerciale

It è entrato da tempo nella cultura pop, grazie soprattutto alla miniserie TV del 1990 (che ha trasmesso anche la fobia dei clown a più di qualcuno), ma è sufficiente questo per limitarlo a una trasposizione cinematografica commerciale?

Sembrerebbe che i temi affrontati da Stephen King nei suoi romanzi non interessino molto ai cinematografi, e che il suo nome venga usato solo per la sua immagine di “re del brivido” e per sfruttare le sue storie come ottime basi da cui partire.

It non è l’unico romanzo di King ingiustamente relegato al solo cinema horror commerciale; è il caso della trasposizione di Pet Sematary del 2019.

Una buona trasposizione cinematografica, ad eccezione del finale, molto meno fedele al romanzo rispetto a quella del 1989 ma più funzionale su pellicola. Tuttavia questo film fa ricorso ai sistemi tipici degli horror commerciali: cliché, jumpscares, e paura del mostro piuttosto che delle situazioni.

Di recente è arrivata anche la notizia che James Wan, l’attuale re dell’horror commerciale, sarà produttore insieme al nostro Gary Dauberman della trasposizione cinematografica de Le notti di Salem.

Dauberman scriverà nuovamente la sceneggiatura, e ha già affermato che vorrebbe un film più fedele possibile al romanzo di King: difficile, in quanto si tratta di un romanzo abbastanza lento, ma riuscirà a dare il giusto spazio agli abitanti di ‘salem’s Lot per poi far cadere la cittadina vittima del male? Oppure la userà semplicemente come sfondo (come fatto colpevolmente con Derry in It – Capitolo 1) e punterà tutto sul mostro?

Non c’è niente di male nel cinema horror commerciale, ci sono diversi film meritevoli nell’ultimo decennio: la saga di Insidious, la saga di The Conjuring, e anche la trilogia di Annabelle sceneggiata proprio da Gary Dauberman.

Anche It, come detto in precedenza, è davvero un bel film, ma è tratto da un romanzo e non rispetta quella che è l’essenza della storia scritta nel libro.

“Popolare” non è per forza sinonimo di “commerciale”. Stephen King nei suoi romanzi ci porta in luoghi da vivere (e da uccidere), in drammi psicologici intensi; non si limita a raccontare scene spaventose.

Un altro esempio del genere riguarda una trasposizione cinematografica in lavorazione: Richard Stanley sta lavorando al film Il colore venuto dallo spazio, con Nicolas Cage come protagonista, tratto da un racconto di Howard Phillips Lovecraft.

Un universo cinematografico lovecraftiano è un sogno per tanti, essendo “il solitario di Providence” un fautore del racconto dell’orrore e un colosso nella cultura pop, ma i racconti di Lovecraft non sono assolutamente da horror commerciale.

Lovecraft narra dell’inettitudine dell’uomo dinanzi all’orrore cosmico, auguriamoci quindi che Richard Stanley non trasformi l’orrore subito dalla famiglia Gardner in un nuovo Alien.

Director’s cut: la nostra salvezza?

Come avviene per ogni film, le trasposizioni cinematografiche dei romanzi di Stephen King hanno le loro scene tagliate, le quali vengono spesso riproposte nelle edizioni home video.

Le scene tagliate in questi film sono molto interessanti in quanto possiedono gran parte delle mancanze discusse in questo articolo. Nell’edizione blu-ray di Pet Sematary sono presenti quindici minuti di scene tagliate e addirittura un finale alternativo.

Paradossalmente, com’è avvenuto anche in altri film, il finale alternativo sarebbe stato quello più giusto da mostrare al cinema, e il motivo per il quale è stato invece scelto il finale visto in sala è palesemente commerciale: la preferenza degli spettatori alle proiezioni di prova.

Trovo che su Pet Sematary con appena quindici minuti in più e il finale alternativo, ci sia davvero poco da criticare.

Anche l’edizione blu-ray di It – Capitolo 1 presenta quindici minuti di scene tagliate, ma Andy Muschietti disse che avrebbe voluto pubblicare nel corso del 2018 la vera director’s cut con molte più scene rimosse. Secondo quanto trapelato, questa versione durava quasi quattro ore e conteneva alcune scene davvero interessanti.

Dopotutto, anche in questo caso con appena quindici minuti di scene tagliate vediamo tre personaggi che guadagnano un altro spessore. Sarebbe interessante vedere cos’altro è stato rimosso in un’ora tagliata di film.

Ormai quell’edizione non vedrà più luce almeno per il momento, e bisognerebbe verificare se alcune di quelle scene non siano effettivamente utilizzate nei due film. Ad esempio, la famosa scena con It che uccideva un neonato, a giudicare da come si svolgeva, è stata chiaramente modificata, alleggerita, e utilizzata in It – Capitolo 1.

Di recente, invece, Muschietti ha fatto sapere che sta già lavorando a un’edizione di It contenente entrambi i capitoli uniti in un unico film. Inoltre, sta lavorando a un’edizione di questo film che unirà entrambe le director’s cut: speriamo si riferisca anche a quella director’s cut che aveva in mente per It – Capitolo 1.

La prova che i film tratti dai romanzi di Stephen King siano relegati all’horror commerciale sta anche nelle scene tagliate, o meglio su cosa hanno deciso di tagliare.

Perché tagliare scene che danno spessore ai personaggi? Perché tagliare scene di dialogo? Abbiamo accettato i cinefumetti strapieni di dialoghi, film in cui il pubblico si aspetterebbe molta più azione, per quale motivo bisognerebbe tagliarli nei film dell’orrore?

Aspettarsi un cambiamento da queste trasposizioni cinematografiche è difficile, dato che questi film hanno successo sia con la critica che con il pubblico anche realizzati in questo modo.

Non mancano comunque le eccezioni, ad esempio la trasposizione Netflix de Il gioco di Gerald.

Auguriamoci semplicemente che i futuri film tratti dai romanzi di Stephen King possano accontentare anche i fan delle sue opere letterarie; e che Andy Muschietti riesca a realizzare una versione completa in blu-ray di It che metta d’accordo tutti quanti.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook