THE VOID | Il terrore cosmico, come Lovecraft insegna

THE VOID | Il terrore cosmico, come Lovecraft insegna

Ridefinire un genere è spesso difficile, se non impossibile. Il rischio è quello di creare prodotti dalle fondamenta sabbiose, privi di solidità narrativa.

Stesso discorso per quelle pellicole che invece “scopiazzano” , senza pretesa di originalità, le opere classiche, dando vita a un paio d’ore di tropes visti e rivisti.

Raramente, in questo filone scontato, qualcuno riesce a proporre qualcosa di nuovo. The Void è la claustrofobica opera portata alla luce dalla co-regia di Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, che in 90 minuti azzardano ciò che in tanti hanno tentato, ma che quasi nessuno ha centrato: portare una sceneggiatura più vicina al genere narrativo che allo schermo.

Daniel Canter (Aaron Poole) è un poliziotto solitario, che in un pattugliamento di routine trova un uomo completamente ricoperto di sangue, solo, nella notte. Conducendolo in una sperduta clinica nelle vicinanze, la gracchiante radio della polizia annuncia la terribile notizia di una strage avvenuta poco lontano, tra fiamme e proiettili. Mentre il dottor Richard Powells e Allison Fraser (Kenneth Welsh, Kathleen Munroe) si occupano del giovane sopravvissuto, strane presenze e mostri informi, cominciano a minacciare l’ospedale dall’interno, mentre una setta di individui completamente vestiti di bianco circonda la piccola clinica, impedendo a chiunque di uscire.

La trama da subito lascia intendere che ci sia qualcosa di più grande all’opera, una forza oscura che serpeggia nella notte, qualcosa di estraneo e alieno, che viene svelato lentamente, in un crescendo perfettamente calibrato. Il sopravvissuto, la setta delle tuniche bianche, i due cowboys armati fino ai denti che fanno irruzione nella clinica e le costanti visioni del protagonista, quelle inspiegabili apparizioni di vuoti cosmici, costellazioni dalle forme bizzarre, sono tutti elementi che tengono lo spettatore incollato allo schermo, desideroso di capire cosa effettivamente leghi tutti questi strani elementi alle aberrazioni che attaccano medici e pazienti nel piccolo ospedale di campagna.

Le ispirazioni a “La Cosa” di John Carpenter e ai raccapriccianti mostri deformi di Silent Hill sono chiare e lampanti, ma non si tratta di semplici citazioni, le idee sono rimaneggiate e inserite abilmente in una sceneggiatura che riesce a tenere alto il livello di suspence per tutta la durata della pellicola, miscelando con maestria l’elemento del mistero con quello del terrore, regalando al pubblico un’esperienza molto più simile alla lettura di un libro che alla visione di un film.

Gli indizi, le testimonianze e le confessioni dei personaggi non sono accompagnate da flashback o immagini, a far da sfondo sarà sempre la piccola clinica. Starà infatti alla mente dello spettatore immaginare i rituali della setta, l’angusto casale abbandonato in cui si svolgevano, e i febbrili sermoni del leader, in perenne contatto con queste misteriose presenza cosmiche, che non sono “semplici” alieni, ma creature complesse, con un preciso disegno e una tragica storia.

La base Lovecraftiana è ovvia, non solo nei contenuti ma anche nel metodo di narrazione, che evitando di far vedere chiaramente cosa accade, lascia l’orrore e il mistero prendere forma direttamente nella mente dello spettatore, che inevitabilmente lo fonde con le proprie paure inconsce regalando ad ogni individuo un brivido diverso, personale, sempre diverso e alle volte, incomunicabile.

Dall’autore di Providence viene preso in prestito anche il tema centrale, lo scontro tra Scienza e Fede.

I protagonisti di questa storia sono infatti medici, ricercatori, persone che hanno fatto della scienza il loro credo, ponendo l’uomo al centro del loro mondo. Gli antagonisti sono i proseliti di questo culto dell’ignoto, ciechi fedeli che abbandonano la loro umanità per elevarsi a creature cosmiche, superiori, esseri che il dottor Richard descrive come “più antichi del tempo, più antichi della morte” , parafrasando H.P. Lovecraft,  che nel ciclo di Cthulhu, più precisamente nel racconto “La città senza nome”, tenta di farci comprendere l’entità colossale e tentacolare con le seguenti parole: “Non è morto ciò che può giacere in eterno, e in strani eoni anche la morte può morire”.

La ricerca della vita eterna, di risposte esistenziali porta l’umanità sull’orlo di un infinito abisso capace di distruggere le menti dei personaggi, portandoli lentamente alla follia, senza mai far capire loro se ciò che hanno davanti è reale o un terribile scherzo di qualcosa o qualcuno che gioca con la loro sanità mentale.

Le poche location sono sfruttate al meglio, e contribuiscono pienamente al senso di prigionia e insicurezza, con la complicità di un comparto di colorazione e luci che spazia da toni accesi e caldi per gli spazi sicuri, a buio e grigiore per i pericolosi sotterranei dell’ospedale, infestati dalle raccapriccianti creature.

Non tutto però è gestito egregiamente, in primis dialoghi e personaggi nella prima parte della pellicola, quella più terrena. Spesso tendono a ripetere più volte concetti già espressi in precedenza, o peccano di incostanza, come l’infermiere interpretata da Ellen Wong, pavida e indifesa inizialmente, furiosa e senza paura a tratti, e poi di nuovo terrorizzata nel giro di pochi secondi. Characters inconsistenti, macchia e tallone d’Achille di un lavoro che invece fa proprio della sceneggiatura il suo cavallo di battaglia.

Consigliatissimo agli amanti della letteratura Horror, rischia invece di non piacere o addirittura di non essere capito per chi non si è mai avvicinato al genere.

 

Voto 8 tentacoloni su 10

 

 

Dati tecnici di The Void

 

TITOLO: The Void

USCITA: 30/11/2017

REGIA: Jeremy Gillespie, Steven Kostanski

SCENEGGIATURA: Jeremy Gillespie, Steven Kostanski

DURATA: 90’

GENERE: Horror

PAESE: Canada

CASA DI PRODUZIONE: Cave Painting Pictures, JoBro Productions & Film Finance

DISTRIBUZIONE (ITALIA): 102 Distribution

FOTOGRAFIA:  Sammy Inayeh

CAST: Aaron Poole, Kenneth Welsh, Kathleen Munroe, Ellen Wong

 

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