Per i settantacinque anni di Steven Spielberg
Un compleanno dolceamaro
Un settantacinquesimo compleanno sicuramente ricco di eventi, quello di quest’anno, per uno dei registi più noti e apprezzati al mondo. Steven Spielberg, classe 1946, originario di Cincinnati (nello stato dell’Ohio), con un patrimonio cinematografico ed economico che oggi lo porta ad essere annoverato tra gli uomini più influenti della classifica Forbes e dei più geniali secondo The Daily Telegraph, si appresta a soffiare le candeline su una torta che potrebbe avere un retrogusto dolceamaro. E non si tratta forse di una coincidenza che una delle pellicole a cui teneva di più, il riadattamento cinematografico di West Side Story, tratto dall’omonimo musical di Leonard Bernstein, Stephen Sondheim e Arthur Laurents e tradotto in film nel 1961 da Robert Wise e Jerome Robbins, sia uscito proprio in questi giorni, suscitando già una manichea pletora di commenti. Tra chi grida al capolavoro (alcuni critici internazionali hanno già vociferato di una possibile candidatura agli Oscar, facendo entrare Spielberg nella lista degli invincibili, almeno a livello di nomination) e al fiasco (una buona parte della critica l’ha dipinto come l’ennesimo psicodramma mélo), il film rimane sicuramente, interpretando i pensieri e le parole dello stesso Spielberg, un’opera che ha profondamente influenzato i gusti del regista sin da quando era giovanissimo, tanto da dirsene profondamente innamorato.

Ritorno al passato
Ed è sullo Spielberg bambino che si concentrano ora tutti gli sforzi cinematografici attuali del regista, che pare si appresti, sempre secondo i rumors, ad intraprendere un magistrale tuffo nel passato nella sua infanzia trascorsa per la maggior parte in Arizona, traendone un nuovo, attesissimo, evento filmico previsto, forse ottimisticamente, per l’anno prossimo. Nella sua poliedrica e trasversale produzione, che ha esplorato e attraversato, talvolta pionieristicamente, molti generi cinematografici, l’ispirazione tratta dalla sua infanzia nello stato del sudovest degli Stati Uniti ha contribuito grandemente ad alimentare l’immaginario dei suoi film più noti. In primis, salterebbe subito alla mente Jurassic Park, quantomeno per la brulla e selvaggia connotazione paesaggistica che farebbe pensare alle distese nudità dei canyons; e che, certamente, risente delle atmosfere di John Ford e dei grandi maestri che hanno percosso e allenato il suo sensibile occhio.

Le impronte cinematografiche, le radici familiari
Da Welles alla Nouvelle Vague, da Kurosawa a Kubrick, senza dimenticare Disney, tale commistione cinematografica si riflette senza dubbio nel continuo e perseverante desiderio di rinnovamento ad ogni suo nuovo film. Ma le radici personali, soprattutto quelle familiari ed ebraiche, sono e rimangono forti e salde, ed emergono in tutta la loro potenza espressiva, come evidentemente dimostrerebbe il catartico Schindler’s List. La meditazione (e rimeditazione) sulla tragedia umana più imponente del XX° secolo, diventa per il regista, in filigrana, un riuscito tentativo di transfert emozionale della condizione di ebreo. Solo per le sue origini, in un’altra condizione spazio-temporale (che si è drammaticamente verificata), avrebbe potuto essere perseguitato o ucciso. La lezione di educazione e tolleranza che permea molte delle opere di Spielberg, da Il colore viola a E.T., riflettono in maniera ancora più preponderante, anche la profonda vena letteraria che sottende il suo cinema, e che in qualche occasione l’ha portato a vestire i panni dello sceneggiatore, come il suo futuro progetto di biopic sembrerebbe naturalmente rivelare. Si rimanda, nell’attesa, al recente e valido lavoro biografico di Susan Lacy e prodotto per HBO, dall’inequivocabile titolo Spielberg.




