Hong Sang-soo: il cinema dell’introspezione

Hong Sang-soo: il cinema dell’introspezione
(Fonte: Mubi)

Hong Sang-soo è il nome di un regista delicato e poetico, che ama soffermarsi sull’interiorità dei suoi personaggi, ma in Italia sono in pochi a conoscerlo. I suoi prodotti cinematografici si inseriscono nel filone sud-coreano, il quale ha recentemente ottenuto popolarità grazie alla pluripremiata pellicola dal titolo Parasite, di Bong Joon-ho.
Molti conoscono anche Kim Ki-duk di Pietà, un film sulla vendetta che ci viene svelata sul finale, oppure Park Chan-wook di Old boy, brillante thriller che rende la visione sospesa con i suoi colpi di scena.

Ma cosa differenzia l’universo di Hong Sang-soo da quello dei suoi colleghi connazionali? L’introspezione e l’empatia. Caratteristiche che rendono estremamente piacevoli i film di questo autore, capaci di smuovere la sensibilità del fruitore.

(Fonte: Mubi)

Alla scoperta dell’animo umano

Le riprese sono statiche, i discorsi sono intensi e, anche se inerenti alla vita quotidiana, riescono a toccare i temi importanti della vita: l’amore, il futuro, i legami interpersonali e le emozioni. Lo stile a tratti risulta documentaristico, proprio per la lunghezza delle scene e il soffermarsi sui dialoghi più intimi dei protagonisti. Lo possiamo notare in The woman who ran, in cui donne comuni discorrono sulle rispettive relazioni con gli uomini all’interno delle proprie abitazioni e nel farlo si aprono totalmente, senza remore. C’è un donarsi reciproco, un uscire fuori di sé per comprendere l’io più profondo attraverso la conoscenza dell’altro. Anche in Right now, wrong then, l’intimità viene snocciolata con semplicità e genuinità.

Storie di vita vengono raccontate tramite le conversazioni degli uni con gli altri, in questo modo le persone riescono ad esprimere i pensieri più personali e a riflettere sulle problematiche della propria esistenza. Un elemento fondamentale che si evince dai film di Hong Sang-soo è, infatti, la comunicazione che si stabilisce fra gli interlocutori, seguita dal moto empatico che si genera all’interno delle realtà trasposte.

A differenza del cinema italiano autoriale di Antonioni, rintracciabile nella nota trilogia dell’alienazione (L’avventura, La notte e L’eclisse), in cui le riprese fisse riproducevano il disagio interiore dei personaggi e l’incomunicabilità con il mondo esterno, qui la partecipazione attiva è il fulcro dei rapporti catturati dall’immobile cinepresa. Ciò che invece accomuna questi due modi di fare cinema è la costante ricerca della felicità, che rimane inarrivabile, e il disvelamento dei disagi, delle insoddisfazioni, delle frustrazioni umane.

A movimentare le inquadrature sono gli zoom che il regista mette in atto quando si tratta di frasi a lui care oppure di silenzi importanti per lo svolgimento del film. Come accade nella scena principale di On the beach at night alone, in cui l’occhio della camera si avvicina gradualmente alla ragazza che riposa sulla spiaggia, tormentata dalle inquietudini amorose. Una pesantezza d’animo aleggia in tutte le pellicole, come un macigno di irrespirabilità che inquina l’ambiente, ma è soprattutto nel bianco e nero di Hotel by the river che si percepisce questa sensazione. Gli atteggiamenti sconnessi ed evasivi del protagonista, che porteranno poi ad un finale tragico, si allineano alla inquieta leggiadria delle figure femminili. 

(Fonte: Mubi)

Un cinema per pochi

Un linguaggio così raffinato e quasi implicito è di difficile comprensione per chi si approccia in modo superficiale al cinema o per chi vuole essere travolto prepotentemente dalle immagini e dai suoni. In questo caso le parole rappresentano la chiave di lettura dei film ma anche il collegamento tra le persone, i luoghi e le sensazioni. Le musiche sono accessorie, potrebbero anche non esserci, vista l’estrema verosimiglianza con cui sono girate le scene. La narrazione procede lentamente, andando a scandagliare l’interiorità umana, ecco perché la visione di tali opere cinematografiche può essere apprezzata da pochi.

Non troviamo l’azione o avvenimenti inaspettati, come accade in molti contenuti coreani, qui tutto scorre tranquillo, tra un pasto in compagnia e una bevuta a base di Soju (un distillato tipico coreano). Attraverso la convivialità, l’autore fa emergere delicatamente i conflitti reconditi che fanno parte dell’uomo e li restituisce al pubblico per mezzo di voce e forma.

La 71ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, tenutasi online dal 1 al 5 marzo 2021, ha accolto tra le sue proposte un film di Hong Sang-soo. Si tratta di Introduction, un ritorno al bianco e nero che ha ricevuto l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura. Le vicende narrate ruotano attorno a due giovani amanti, ripresi anche nel trailer mentre fanno progetti sul futuro imminente.

Dal breve frammento video si riconosce subito la tecnica registica di Hong Sang-soo, ma bisognerà aspettare l’estate per poter contemplare questo nuovo viaggio emozionale nell’interiorità.

 

Articolo a cura di Veronica Cirigliano

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