PIECES OF A WOMAN. I minuscoli pezzi della vita in frantumi di una donna.

PIECES OF A WOMAN. I minuscoli pezzi della vita in frantumi di una donna.

PIECES OF A WOMAN. I minuscoli pezzi della vita in frantumi di una donna, e non solo, nel film asciutto di Kornél Mundruczó

Pieces of a woman, ma anche, quadri di una pièce teatrale (rappresentata come tale in Polonia) quelli che il regista ungherese Kornél Mundruczó mette in scena con l’ultimo film, suo primo titolo americano girato in lingua inglese, con la sceneggiatura della autrice Kata Weber, che è stata anche sua partner nella vita, parzialmente autobiografico. Me ne suggeriva la visione la giovane compagna di mio figlio, prima ancora di vederlo lei stessa, e lì per lì ho incassato il colpo. Forte. Perché il protagonista è il dolore. Un dolore in cui molti nel pubblico purtroppo si riconosceranno – la perdita tragica di un figlio, le conseguenze sulla vita di coppia, l’abbandono, l’impotenza dei familiari, la rabbia e la ricerca di capri espiatori dell’imprevedibile – che scende come acqua nebulizzata in capo agli attori, e agli spettatori, per depositarsi però ben nel profondo, pronto a riaffiorare.

Kornél Mundruczó, regista, attore e sceneggiatore, ha alle sue spalle 19 anni di carriera e 7 film.  Nasce a Gödöllő, in Ungheria, il 3 Aprile 1975. Nel 1998 si diploma nell’ Università drammatica e cinematografica di Budapest. Debutta nel 2000 con il film “This I Wish and Nothing More”. Dirige poi “Pleasant Days” (2002), “Johanna” (2005) e, tra I cortometraggi,  “AFTA – Day after day” (2001) e “Lost and Found – Short Lasting Silence”(2005). Nel 2008 vince il premio FIPRESCI con il film “Delta”. Nel 2014 il suo film “White God – Sinfonia per Hagen” vince i premi “Un certain regard” e “Palm Dog Award” al Festival di Cannes: una parabola di vendetta canina che dimostra, si è detto, la capacità del regista di fondere l’espressione dei sentimenti con vere e proprie imprese di abilità tecnica. Nel 2017 produce il film “Una luna chiamata Europa”. Con “Pieces of a Woman” partecipa alla Mostra del Cinema di Venezia vincendo il Premio ArcaCinema Giovani al miglior film ed entrando in competizione per il Leone d’oro al miglior film. La sua protagonista vincerà la Coppa Volpi 2020 per la migliore interpretazione femminile. 

Il film è asciutto perché non indulge ad alcuna retorica nel descrivere la discesa agli inferi che le vite rappresentate intraprendono, alcune più velocemente di altre. Ed è una vita esemplare, perché assai poco cinematografica, quella sulla quale ci affacciamo per i centoquindici minuti del film, così vera e viva che quando la vediamo precipitare ci toglie il fiato. Dal momento quasi sempre magico che vede una coppia affacciarsi sull’orlo della sua prima genitorialità al veloce cadere nel lutto e nella sua personalissima, individuale, elaborazione. Su tutto il dolore della madre Martha Weiss, certo, interpretata da una Vanessa Kirby mai eccessiva e assolutamente intensa, che decide per il parto in casa, vi si ostina, stringe tra le braccia sua figlia appena nata, ma, pochi attimi dopo, la perde, nell’impotenza dell’ostretica Eva (Molly Parker), sostituta di quella scelta con la quale si era preparata all’evento, poi perseguitata in giudizio per presunta negligenza su imput della mancata nonna, e di quella del padre e degli stessi sanitari accorsi. La macchina da presa indugia molto sul volto degli attori, e dell’attrice protagonista in particolare, i cui occhi rivelano un’aderenza al personaggio e al dramma totalizzante e credibile. 

Ma più ancora lacerante, perché sempre meno raccontato ed esibito, il dolore del padre. Shia LaBeouf tratteggia il personaggio di Sean Carson facendoci entrare facilmente nella sua semplice routine quotidiana, nella sua semplice visione disincantata della vita, nel suo amore trasparente e semplice per Martha. E poi in fretta nella sua impotenza a colmare il vuoto che la perdita inevitabilmente scava tra loro due, forse appoggiandosi su altre, inconsapevoli e preesistenti differenze, e la consapevolezza della propria perdita, della fine del tutto, fino alla soluzione impensabile offertagli da una suocera che lo odia. E che lui accetta. Poteva fare altro, d’altronde? 

Nella storia, ambientata a Boston, è la famiglia e i suoi (perversi, a volte) meccanismi, dopo quello del parto – un piano sequenza di 23 minuti, girato più volte, anche se il regista alla fine sceglierà il quarto tentativo del primo giorno di riprese, tecnica ideale che farà risaltare le realistiche performances degli attori –, l’altro dei due quadri della scenografia tratteggiata da Mundruczò. L’universo familiare femminile, la forza del matriarcato, ma soprattutto l’irrisolto e conflittuale rapporto madre-figlia, amplificato dalla complessità della storia e della cultura ebraica delle due donne, reso nello scontro Elizabeth-Martha, fa da sfondo alla tragedia principale, ma conserva una sua forza autonoma grazie all’espressività incalzante e dolente dell’attrice Ellen Burstyn – la madre di Martha – e alla capacità del regista di descriverlo nel tempo che ci vuole ad apparecchiare la tavola durante un pranzo del Ringraziamento.

Protagonista tra i protagonisti di ogni film è la musica. La colonna sonora di Pieces of a Woman è firmata da Howard Shore, autore della colonna sonora de Il Signore degli Anelli. Organi, chitarre elettriche, sintetizzatori, pianoforte, fiati ed archi fanno da contrappunto elegante, mai invadente, ai lunghi silenzi – “il silenzio è ricco” – imposti dal regista ai personaggi. 

E il film sembra forse dirci questo: la fortezza più robusta che donne e uomini faticosamente possono costruire può cadere all’improvviso come un castello di carte. Lo sappiamo, però la costruiamo di nuovo. Risiede forse qui la nostra forza, di donne e uomini, minuscole (ma grandiose) pedine sulla scacchiera della vita. Nella capacità di dare di nuovo forma al dolore, a tutti i dolori del mondo.  

SCHEDA FILM

 

Titolo: PIECES OF A WOMAN

Regia: Kornél Mundruczó
Produzione: Little Lamb (Kevin Turen, Ashley Levinson), BRON, Proton, Aaron Ryder, Martin Scorsese
Durata: 128’
Lingua: Inglese
Paesi: Canada, Ungheria
Interpreti: Vanessa Kirby, Shia LaBeouf, Ellen Burstyn, Jimmie Fails, Molly Parker, Sarah Snook, Iliza Shlesinger, Benny Safdie
Sceneggiatura: Kata Wéber
Fotografia: Benjamin Loeb
Montaggio: Dávid Jancsó
Scenografia: Sylvain Lemaitre
Costumi: Rachel Dainer-Best, Véronique Marchessault
Musica: Howard Shore
Suono: Christopher Scarabosio
Effetti visivi: Carl Pepin

 

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