Ondekoza, o sull’inafferabilità dello sguardo musicale

Ondekoza, o sull’inafferabilità dello sguardo musicale
Fonte: cinémathèque française

Ondekoza non è un film

Ondekoza (Zaondekoza) non è un film. E non è nemmeno un documentario. Ondekoza è tutto e niente di tutto questo. Ondekoza è prima di tutto una filosofia di vita. Cinematograficamente parlando si tratta di una coraggiosa ed appassionante sfida filmica lanciata dal celebre cineasta giapponese Tai Katō come testamento spirituale prima della sua morte, avvenuta pochi anni dopo la realizzazione del film, e che trova il suo spazio vitale e naturale nella programmazione di Fuori Orario, ora confluita nella piattaforma in streaming di Rai Play. Uscito nel 1981 e presentato nella sezione restauri al festival del cinema di Venezia nel 2016, come e più di molte pellicole del “genere” (se mai sia possibile definirne uno con precisione) sfugge ad ogni possibile tentativo di categorizzazione: di sicuro rimane una pietra miliare dell’ultimo periodo di Katō, prolifico regista appartenente, con Yoshimura e Imamura, alla “scuola cinematografica” yakuza, genere molto in voga negli anni Sessanta e interamente basato su storie di vendetta legate appunto all’omonima organizzazione criminale nipponica. 

Storia e sviluppo di Ondekoza, dalle radici musicali all’essenza cinematografica

L’avventura di Katō dietro la macchina da presa si conclude invece con un film totalmente libero da ogni schema o preconcetto: privo di una sceneggiatura narrativamente riconoscibile o comprensibile, Ondekoza è condotto sul filo della fluidità e del dinamismo. Un flusso di immagini, suoni e movimenti sincronici, senza dialoghi o interruzioni verbali, che sfondano ogni barriera descrittiva, al limite di un esperimento di videoarte. Il film mutua il titolo dall’omonimo collettivo di artisti-percussionisti professionisti, formatosi tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, attorno alla figura portante di Den Tagayasu. Riuniti in una sorta di comune nell’isola di Sado, i futuri musicisti non hanno alcuna formazione di base; ma, grazie alla ferrea disciplina, ad un addestramento dal rigido sapore militaresco, raggiungono vette musicali e personali di grande levatura, acquisendo una straordinaria capacità nella pratica di suonare il taiko, il tipico strumento a percussione giapponese. Denominati, non casualmente, i Demon Drum Group, le performance pubbliche degli Ondekoza, frutto del loro rigido tirocinio, sono assimilabili ad una sorta di febbrile trance personale e collettiva, prossima ai riti sciamanici. Nel momento di massima esplosione globale del gruppo – che coincide peraltro con il suo scioglimento, avvenuto proprio nel 1981, e la trasformazione nel gruppo Kodō – il regista Katō, avvezzo al documentario, genere che aveva abbracciato quasi pionieristicamente nella sua terra natale, intorno alla fine degli anni Settanta si ferma per qualche tempo sull’isola di Sado per documentare, più che l’esistenza, l’essenza stessa degli Ondekoza.

 

(Fonte: RaiPlay)

Dall’allenamento fisico alle esibizioni dal vivo, dalle reminiscenze oniriche del teatro Nō alle gocce di sudore che scaturiscono da ogni intensa palpitazione sul tamburo, dalla nudità quasi sacrale ed esibita dei corpi dei musicisti, tanto amata dallo stilista Pierre Cardin che suggerì un outfit minimale costituito dal solo perizoma, ai bagni di una folla ammaliata, rapita ed entusiasta, il regista è avviluppato nella rete vertiginosa dei musicisti. La percussione sembra ritmare l’intero andamento del film, inglobando la macchina da presa che sembra, anche lei, sciamanicamente posseduta: le continue sovrapposizioni di immagini, suoni e colori, legate da un montaggio serrato, stordente e inquadrature ai limiti dell’imprevedibilità, fanno di Ondekoza non solo un raro episodio di cinema sperimentale, ma soprattutto un documento antropologico di straordinaria forza poetica.  

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