Borat è cambiato. L’America purtroppo ancora no

Borat è cambiato. L’America purtroppo ancora no
La scena incriminata con Rudolph Giuliani (Fonte: il riformista)

L’uscita del nuovo film di Borat, su Amazon Prime, dal 23 ottobre

Alla vigilia delle elezioni presidenziali americane, giocate sul filo del rasoio e all’ultimo sanguinoso spoglio dei voti, quotidiani, trasmissioni televisive e radiofoniche, e le note piattaforme on demand hanno modificato la loro recente programmazione trasformandola in una bandiera sonora e canora a stelle e strisce, approfittando anche della scia della cometa di Halloween che quest’anno, a causa della pandemia, è passata fortunatamente un po’ più discretamente. Non fa eccezione il gigante di Jeff Bezos: su Amazon Prime è infatti disponibile dal 23 ottobre il gioiellino “very nice” firmato Sacha Baron Cohen, Borat Sebsequent Moviefilm, che narra le nuove avventure del giornalista kazako Borat negli USA di Trump e nel pieno della sordida minaccia del Coronavirus, senza risparmiare sorprendenti – e nemmeno troppo inverosimili – colpi di scena. 

Una trama caustica tra candid camera, travestimenti e scandali 

A quattordici anni dall’uscita della prima discussa pellicola, Borat si trova ad affrontare una delicatissima missione segreta in favore della sua amata terra kazaka che, nel suo sgrammaticato idioma, si traduce nella “consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan”La bustarella in questo caso si chiama Tutar (una giovane e debuttante Maria Bakalova), adolescente figlia di Borat che, segregata e negletta dal padre misogino, antisemita e razzista, diventa, in seguito ad una serie di divertenti e tenere peripezie, il vessillo della nazione e l’incarnazione del sogno americano. Partita con l’idea di diventare la nuova Cinderella-Melania e di sposare un vecchio facoltoso (ogni riferimento a persone è puramente non casuale), la giovane si trasforma in un’eroina degna di un romanzo di formazione. Scampata ad uno strampalato quanto esilarante aborto e alla minaccia di un devastante intervento chirurgico “migliorativo”, Tutar si affranca dalle convenzioni paterne e societarie, grazie anche al sostegno di una peculiare baby-sitter afroamericana progressista. Se il  primo “Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan” si connotava appunto, in piena era Bush, come un esperimento antropologico di assimilazione e di scoperta della società americana, districandosi con strampalato disincanto tra problemi razziali, di orientamento sessuale, di identità di genere e disabilità, nel nuovo incarico si occupa dell’America attuale, aiutato dal vecchio ma sempre funzionalissimo espediente tecnico della candid camera e paradossalmente supportato da orde di inconsapevoli negazionisti, protezionisti, conservatori, suprematisti, dei quali amplifica il convenzionalismo, valorizzandone i difetti. Seminando equivoci e ilarità in chiunque incontri e comunque sia travestito, Borat mette a nudo, con caustica corrosività, l’America più vera, ma anche più amara, minacciata dall’incombente (ai tempi della ripresa del film) vigore mortale del Coronavirus e dalla politicamente ancora più devastante tornata elettorale. 

La scena incriminata con Rudolph Giuliani (Fonte: Il riformista)

Definito da (McDonald) Trump un “verme”, Borat-Cohen raggiunge l’apice della narrazione cinematografica nello scandaloso incontro della promettente giornalista Tutar, che segue le orme del padre, con l’ex sindaco di New York e avvocato personale del presidente (non si sa ancora per quanto) americano, Rudolph Giuliani. In barba alla distanziazione sociale, all’uso della mascherina e ad altre misure anti-Covid, Giuliani concede un’intervista alla finta giornalista, che si conclude con un approccio sessuale che ha ben poco di elegante. Fallito il  tentativo di donare la giovane donna al super conservatore e vice della Casa Bianca Mike Pence, l’esperimento di immolazione sacrificale con Giuliani, nell’era del post “me-too”, riesce alla perfezione, smascherando le debolezze e l’inconsistenza politica e umana del soggetto. Si percepisce, in questo film, la difficoltà oggettiva di portare avanti la narrazione cinematografica: le riprese, per la più parte segrete, hanno sofferto infatti di una certa problematicità logistica. La struttura complessiva sembra uscirne più indebolita, molto concentrata sul rapporto tra padre e figlia e sull’introduzione di questa nuova figura femminile, che ha inevitabilmente riempito una lacuna altrimenti incolmabile. Nonostante tutto, Borat riesce sempre a strappare un sorriso accorato e crudele, fino all’ultima, definitiva canzonatura: è grazie al giornalista kazako che conosciamo tutta la verità sulla diffusione del Covid-19 e finalmente scopriamo modalità alternative e valide su come – e soprattutto dove – indossare la mascherina.

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