Il trittico della rete. Tre documentari sulle grandi trappole dei social

Il trittico della rete. Tre documentari sulle grandi trappole dei social
Fonte: bozar.be

La nuova droga dei popoli: tre documentari sull’iper-connessione 

“Il soma aveva cominciato a far sentire i suoi effetti. Gli occhi brillavano, le guance erano accese, la luce interiore di un’universale tenerezza splendeva su ogni viso con sorrisi felici e amichevoli”. Aldous Huxley nel romanzo distopico Il mondo nuovo, edito nel 1932, descriveva la vita utopica di una società eugenetica in cui il soma, droga dei popoli, era connotato come rimedio alle infelicità personali e collettive. La società drammaticamente e perfettamente felice sembra attualmente quella iperconnessa: piena di scambi sui social network, messaggi, fotografie, notizie, video, la collettività odierna ha il suo somaIl soma è internet, e le mastodontiche società (come Google, Apple, Facebook ed i grandi gruppi ad esse connessi) che ne hanno preso irrimediabilmente e inesorabilmente le redini i nuovi dealer, spacciatori moderni di falsa felicità. Sebbene, nel mare di informazioni a disposizione, noi navigatori della rete sembriamo perfettamente consapevoli delle potenzialità e dei rischi che si celano dietro le nostre adesioni e ricerche, tre documentari rivelano retroscena agghiaccianti e, con un velo di amara tristezza e sconfitta, dimostrano l’impotenza della mente umana nei confronti di un sistema di intelligenza artificiale iper-sviluppato. 

The social dilemma

Docu-drama firmato Netflix, The social dilemma (2020, di Jeff Orlowsky), affronta, attraverso una strana e forse poco riuscita combinazione tra interviste reali ad ex dipendenti delle grandi compagnie creatrici dei “social network” e una grossolana simulazione fittizia di una famiglia americana, il dramma etico dell’”algoritmo” che controlla le vite degli utenti e condiziona le loro menti in un programma collettivo dal sapore inquietante, quasi criminale. L’essere umano, impersonato paradossalmente da un “avatar” manovrato da un gruppo di esperti informatici come in una sorta di “Grande Fratello”, viene ridotto a mero elemento di calcolo, a prodotto e merce di scambio delle pubblicità. Le interviste ai dipendenti, dimissionari per loro scelta per questioni puramente etiche, sembrano piuttosto piatte e superficiali: si limitano infatti ad analizzare tecnicamente il problema, senza andarne al cuore o cercando, se possibile, di trovare un’inversione di tendenza o una soluzione al problema globale, che sembra, come spiega l’esperto Jaron Lanier, la sola e unica cancellazione dei profili da tutti i social e le piattaforme telematiche. In realtà il doppio livello di lettura risulta più confuso che chiarificatore, lasciando lo spettatore leggermente più consapevole ma anche più indebolito nei confronti della gestione della propria identità virtuale.    

 

The great hack

The great hack, uscito nel 2018 sempre su Netflix per la regia di Jehane Noujaim e Karim Amer, si concentra, con modalità simili, della problematica della scandalosa – ma non sorprendente – inchiesta giornalistica su “Cambridge Analytica”, e più in generale della raccolta dei dati personali su Facebook per il pilotaggio della campagna elettorale di Trump e l’influenza sul referendum per la Brexit. Anche in questo caso l’attenzione sembra concentrarsi sui fattori più eclatanti ed epidermici della questione, oscurando le profonde falle sistemiche che coinvolgono l’effettiva modalità di accesso e sfruttamento illecito dei dati personali e il loro traghettamento da Facebook a società terze. Risulta evidente che le grandi compagnie informatiche utilizzino i dati personali come merce di scambio, fornendo in cambio un servizio puramente gratuito (e non per autentica antropofilia), ma vengono celate le motivazioni più profonde e le dinamiche più recondite.  

 

The cleaners

The cleaners- Quello che i social non dicono, uscito nel 2018 con la regia di due tedeschi, Hans Block e Moritz Riesewieck, è, tra i tre, il docu-film cinematograficamente più evoluto, indipendente e sicuramente più inquietante per l’impatto dei social sul fragile ecosistema umano, mostrando le personalità di alcune figure, incaricate dai grandi colossi del network di oscurare o rimuovere contenuti pubblicati sui social perché segnalati come nocivi. Ancor più del contenuto stesso delle immagini (scabrose, violente, pornografiche, incitanti all’odio), che lo spettatore non vede mai, il film si concentra sulla disumanizzazione di questi lavoratori, obbligati a una tremenda visione quotidiana di migliaia di contenuti, con un effetto psicologico devastante e senza una adeguata formazione. L’incompetenza infatti, l’altro rovescio della medaglia, contribuisce e alimenta la disinformazione, portando ad una selezione – e conseguente rimozione – arbitraria e incentrata su pregiudizi e distorte interpretazioni. 

Tra un’intelligenza artificiale rapidissima (e che tanto intelligente non sembra) e una mente umana completamente obnubilata e sottomessa, il paradosso del progresso antropico attraverso la rete sembra richiedere e pretendere, come sola via d’uscita, un passo indietro. 

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