Cuties, la parabola della pagliuzza e della trave su Netflix

Cuties, la parabola della pagliuzza e della trave su Netflix
Fonte: Unification France

Un film ritenuto scandaloso

Una controversa polemica, tutta anglofona, si è scatenata intorno e in seguito alla recente presentazione e pubblicazione su Netflix (USA) di un film francese della regista di origini senegalesi Maïmouna Doucouré, dal malizioso titolo Cuties (Mignonnes in francese). Dalle colonne di The Spectator, il più moderato, e da influenti testate del calibro di The Globe, National Review, Washington Post, sono volate accuse pesantissime sul film, tanto da creare attorno ad esso una vera e propria campagna di boicotaggio dall’inequivocabile hashtag CancelNetflix, che in pochissimo tempo ha raccolto centinaia di migliaia di firme e dato avvio ad una vera inchiesta da parte del Ministero della Giustizia, che dovrebbe interrogarsi sul reato di oltraggio alla “pudibonderia”. Bisognerebbe chiedersi se il reato l’ha compiuto chi ha fatto il film, o se la pudibonderia è negli occhi di chi lo guarda. 

Molto incuriosita e altrettanto scettica nei confronti dei commenti e delle critiche violente e mosse al film, mi sono messa alla visione, imbattendomi invece in un’opera che ha alcuni aspetti cinematografici di semplicità e spontaneità (forse eccessivi), ma che non sembra ostentare tracce evidenti delle accuse di incitazione alla pedofilia e oscenità varie.

Un moderno romanzo di formazione

La sinossi gioca su alcuni aspetti di sovrapposizione e di mélange che forse sono il vero punto debole del film: la giovanissima, bellissima e preadolescente Amy (una bravissima Fathia Youssouf), cresciuta a Parigi con la famiglia di origini senegalesi, dalle integerrime radici musulmane, apprende del prossimo matrimonio (poligamo) del padre e dell’imminente preparazione dei festeggiamenti. Assiste con impotenza alla sofferenza della madre, costretta a subire questa decisione (che assomiglia più a un’imposizione) e cerca, come può, di occuparsi dei fratelli più piccoli. Nel passaggio più delicato verso l’adolescenza avviene il punto di rottura della giovane protagonista: considerata un fantasma a scuola e in famiglia, incapace di prendere in mano la propria vita, Amy rovescia drasticamente il proprio ruolo, trasformandosi nella lasciva leader di un gruppo femminile di giovanissime e discinte ballerine di twerk. Dal velo al crop-top, il passo è breve e accelerato dalla potenza dei social network e soprattutto di Instagram, che può concedere un’euforia paradisiaca o farti scivolare nell’inferno più profondo a qualche post di distanza. 

(Fonte: kinepolis)

Nei paesi anglofoni le scene di twerk, che durano complessivamente qualche minuto in un film di quasi due ore, hanno fatto gridare alte le voci “allo scandalo”; ma, sorprendentemente, le critiche si sono concentrate su cosa i potenziali pedofili potrebbero amare o non amare (come se, del resto, un pedofilo ufficialmente riconosciuto accettasse serenamente e pubblicamente di rivelare i propri gusti estetici e cinematografici in fatto di immagini che si riferiscono a giovani). Stupisce, ancor di più, che a scandalizzarsi siano proprio i paesi in cui si organizza il numero più elevato di concorsi di bellezza per neonati, in cui le adolescenti che si sintonizzano su MTV (o quel che ne rimane) assistono a programmi come “16 and pregnant”, in cui i fenomeni di catfishing legati alla pedopornografia sono all’ordine del giorno (e anche questi ben poco “pudicamente” celati).    

Cuties si configura più come un romanzo di formazione, esplorazione o ricerca dell’identità personale e culturale, che tuttavia non sembra scomodare l’iper-sessualizzazione dei giovani sugli schermi o solleticare i pruriti dei malpensanti.  

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