Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Il fascino dell’incomprensione

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Il fascino dell’incomprensione
Fonte: quinlan

A dieci anni di distanza, l’opera di Apichatpong Weerasethakul su RaiPlay

A esattamente dieci anni di distanza dalla premiazione al Festival di Cannes 2010, con a capo della giuria Tim Burton, lo scrigno di RaiPlay propone il film del thailandese Apichatpong Weerasethakul, Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Trascorsi due lustri dalla prima proiezione, una domanda, la cui risposta si anticipa già parzialmente affermativa, sorge spontanea: perché riproporre la visione di quest’opera dopo un decennio. 

La sinossi ruota intorno alla storia di Boonmee, uomo solo, senza più moglie e con un figlio misteriosamente scomparso, gravemente malato e costretto alla dialisi, detentore di una florida azienda agricola immersa nella foresta pluviale. Unica sua compagnia è il giovane Jai, immigrato laotiano che lo accompagna negli ultimi dolorosi momenti di vita, e quel che resta della sua famiglia acquisita, la cognata e il nipote. Una sera, durante una semplice cena in veranda, improvvisamente compaiono i fantasmi della giovane moglie, morta circa vent’anni prima, e del figlio, ora trasformatosi in una strana creatura metà scimmia e metà uomo dopo una fiabesca contaminazione con gli esseri dagli occhi rossi fosforescenti incontrati nella foresta. Tutti insieme sembrano ricomporre un nuovo nucleo familiare, cercando una nuova e improbabile stabilità in questa allucinante e fantasmagorica precarietà emozionale. La presenza di questo milieu così composito prelude al sereno commiato di Boonmee dall’esistenza terrena, ricordando la possibilità delle reincarnazioni passate, presenti e future, nella consapevolezza che “il paradiso è un luogo sopravvalutato”. 

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Un film balsamico

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Fonte: comingsoon.it

La complessità del rituale cerimoniale che accompagna il protagonista nelle ultime, salienti fasi della sua vita, fino al catartico passaggio in una grotta, icastica rappresentazione di un utero dove morirà per poi rinascere, è bilanciata da una regia asciutta, quasi documentaristica, che d’altronde appartiene pienamente allo stile di Apichatpong Weerasethakul. Lo sguardo documentaristico è infatti presente nell’aspetto cinematografico quasi artigianale e nella lentezza cerimoniale che è stata sottolineata da buona parte della critica entusiastica. Moltissimi elementi del film, soprattutto per una incolmabile distanza culturale e religiosa, impregnata di richiami buddisti, rimangono oscuri e difficilmente spiegabili da una valutazione puramente razionale; ma questo elemento può essere interpretato anche positivamente, nella convinzione che non tutto ciò che concerne l’opera d’arte o il sentimento abbia sempre e necessariamente bisogno di una spiegazione coerente. Il fascino balsamico dell’opera risiede soprattutto in alcune scene di bellezza incontaminata: non ultima quella centrale dell’accoppiamento di una bellissima principessa con un pesce-gatto, che rimanda a molteplici interpretazioni universali e in particolare alla riconnessione con la natura. 

L’alterità cinematografica impedisce un incasellamento del film in una categoria ben definita, aumentandone anzi il senso di estraneità visiva. Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, nonostante una fiabesca, misteriosa e irrazionale conduzione filmica, rimane comunque un’opera fruibile per la sua sensibilità, ma globalmente impenetrabile al grande pubblico per il suo spiccato senso di celato intellettualismo mascherato da una conduzione cinematografica apparentemente “casalinga”. Resta comunque incontestabile che il film, unica pellicola thailandese ad aver ottenuto un premio europeo, rappresenta un modello di cinema alternativo di spontanea, pittorica e gentile atmosfera, densa di richiami inconsci e significati reconditi ma profondamente percepibili.     

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