About Endlessness. Il freddo immobilismo di Roy Andersson

About Endlessness. Il freddo immobilismo di Roy Andersson
Fonte: imdb

La proiezione italiana del recente film dello svedese Andersson dall’8 ottobre

In uscita nelle sale italiane l’8 ottobre 2020 torna sul grande schermo, forse un po’ più stanco e depresso, il regista svedese Roy Andersson, Leone d’oro a Venezia 2014 per il caustico ed esilarante film Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, sconclusionato epilogo cinematografico della “trilogia sull’essere umano”, storia di due improbabili venditori ambulanti che si trovano implicati in episodi surreali in un assurdo e potente viaggio nella condizione umana, tra realtà e finzione. Il 2019 ha visto il regista dietro la macchina da presa per la direzione del nuovo film About Endlessness (Om det oändliga), una sovrapposizione poetica di veri e propri quadri che sono frammenti di vita vissuta e da vivere che si ripetono, appunto, all’infinito, in una catena ininterrotta e disorganica. Tra i personaggi, narrati da una suadente voce fuori campo, spiccano Adolf Hitler, un prete che si lamenta di perdere la propria fede, una donna dedita al buon bere, una direttrice marketing, e un giovane ragazzo “che non aveva ancora trovato l’amore”.  

I riferimenti artistici nel cinema di Andersson

(Fonte: reddit.com)

Non mancano, anche in questo caso, i riferimenti artistici evidenti: come nell’opera del 2014 la storia ruotava intorno al celebre dipinto fiammingo di Pieter Bruegel il vecchio (Cacciatori nella neve, 1565), About Endlessness presenta alcune inequivocabili scene, come quella iniziale del volo degli amanti, che rimandano chiaramente al celebre dipinto di Chagall Au-dessus de la ville (1924). 

Chagall, Au-dessus de la ville, 1924 (Fonte: Centre Pompidou, Paris)

L’ingranaggio filmico però sembra essersi bloccato, quasi congelato in una sorta di autocelebrazione estetica, che nulla però toglie ai bellissimi tableaux vivants immortalati nel film; in cui le scene, di una eleganza inesauribilmente infinita, sembrano quasi fotogrammi in slow-motion, degni di un video di Bill Viola. Nel complesso, e nel paragone con il più esilarante film Un piccione seduto…, About Endlessness sembra perdere la vena sarcastica, sprofondando in una contemplativa e triste visione più che dell’esistenza e dell’infinito, dell’inesorabile gesto della reiterazione, in cui i protagonisti sembrano svuotati di qualsiasi energia. Sullo sfondo, una città metropolitana non ben definita (e che potrebbe assomigliare a qualsiasi città moderna in cui viviamo), dai freddi colori pastello, in cui tutti, nella loro insopportabile lentezza, corrono. Corrono tuttavia senza una mèta, senza un obiettivo predefinito, in realtà non preoccupandosi minimamente di quello che accade fuori, intorno, sopra e sotto di loro, ma solo di quel che si manifesta dentro di loro, negli anfratti più cupi dell’esistenza. Un disinteresse che coinvolge persino lo psicanalista, troppo inutilmente indaffarato per poter consolare il prete sulla via dell’apostasia. Di grande elevazione estetica ed emozionale è sicuramente la scena finale che riconnette il film alla grande storia, quella con la S maiuscola, e che vede la ripresa del bunker di Hitler e della dissoluta gerarchia nazista pieno di opere d’arte, ultimo atto di un finale e implacabile fallimento. 

“Tutto è fantastico”, recita con distacco uno dei personaggi che, dietro le vetrate di un bar dal sapore “hopperiano”, vede fioccare la neve sull’asfalto (tacito rimando al film “bruegeliano” del 2014); una neve diversa da quella che sommerge nell’oblio la marcia di un battaglione sconfitto nella lunga, infinita strada, della Siberia.

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