Below sea level. Il nuovo e il vecchio nel cinema documentario di Gianfranco Rosi

Below sea level. Il nuovo e il vecchio nel cinema documentario di Gianfranco Rosi
Bloody Nose, Empty Pockets (Fonte: Imdb)

Una riflessione sul documentario di Rosi pre “Notturno” 

L’occasione della presentazione di Notturno alla recente Mostra del Cinema di Venezia, in cui Gianfranco Rosi, con suo grande disappunto, ha sfiorato ma non ottenuto il Leone d’oro (diversamente dal 2013, in cui lo vinse per G.R.A.), permette di ritornare a riflettere sul documentario Below sea level (2008), che nel 2009 aveva sbaragliato la concorrenza al prestigioso festival parigino Cinéma du Réel

Per chi non ne avesse avuto la possibilità, la piattaforma online di Rai Play offre l’opportunità di vederlo e rivederlo insieme agli altri due profondi documentari firmati dal regista originario di Asmara, il già citato G.R.A., viaggio durato un triennio nelle maglie controverse del Grande Raccordo Anulare, e il più noto Fuocoammare, vincitore nel 2016 dell’Orso d’oro alla Berlinale.   

Below sea level: una storia universalmente americana

Below sea level (Fonte: Imdb)

Come di consueto, il modus operandi di Rosi aveva previsto anche per Below sea level un’immersione attenta ed empatica nei luoghi, nelle storie e nei personaggi descritti. In questo caso il regista aveva trascorso quattro anni nelle vite ordinariamente illegali di Mike, Ken, Lily, Carol, Wayne, Cindy, Sterling, in una base militare dismessa a più di trecento chilometri da Los Angeles, in una zona completamente desertica a quaranta metri sotto il livello del mare. Cornice che sicuramente è più asciutta e meno esteticamente coinvolgente delle atmosfere quasi oniriche del recente Notturno

In una società come quella americana dove tutto (o quasi) è legale, dall’acquisto delle armi agli ormoni, i protagonisti diventano reietti della collettività, che impedisce loro qualsiasi accampamento negli spazi pubblici. L’unico posto “autorizzato” che sembra accoglierli e proteggerli è un ambiente abbandonato, dove la vita sembra essersi fermata; questo non-luogo rispecchia la vita dei protagonisti, funestata e dismessa come lo spazio below sea level, appunto. 

Il documentario rispecchia la meritoria pratica di Rosi di calarsi nell’abisso delle esistenze dei personaggi, stabilendo un rapporto di fiducia, penetrando nelle loro storie e restituendo loro dignità, ancor prima di tirare fuori la telecamera. Si arriva a percepire nettamente che le loro vite da homeless, più o meno consapevolmente scelte, in realtà si rivelano più “normali” di quanto non si creda: ridotti alla povertà per circostanze diverse, non maledicono la società e le convenzioni, ma conducono un’esistenza comunitaria fondata su rapporti di amore, mutua assistenza, dolori e speranze. Una galleria di volti ed emozioni che trascende le storie individuali e diventa un autentico archetipo universale. 

Bloody Nose, Empty Pockets (Fonte: Imdb)

Il parallelo corre peraltro a un recentissimo documentario americano, uscito nel 2020 e presentato in alcuni festival specializzati. Frutto della duplice regia dei fratelli Bill e Turner Ross, Bloody Nose Empty Pockets indaga, con una vena più “country”, l’ultima notte della chiusura di un bar di Las Vegas, The Roaring 20’, ricovero di una vera e propria comunità di personaggi apparentemente bizzarri e problematici, ma che hanno moltissimi punti in comune con i protagonisti del documentario di Rosi. Mai, in nessuna delle due opere, si percepisce una vena giudicante o eccessivamente intrusiva: i dialoghi sembrano emergere con preponderante forza dalle anime dei personaggi e dalle loro piene di sofferenza, ma piene anche di valori, sentimenti, energia.  

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