Unbelievable: come non credere a un trauma

Unbelievable: come non credere a un trauma
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Chiunque subisca un trauma, per la definizione in se stessa di tale termine, affronta numerose e dolorose difficoltà.

La prima in assoluto riguarda la capacità di riuscire anche solo a parlarne, a raccontarlo a qualcuno (prima ancora: ammetterlo a se stessi).

Cosa succede però se quel qualcuno che tu scegli, autorità o amico o confidente che sia, non ti crede?

Questo è quello che succede a Marie Adler, il personaggio semi principale della nuova miniserie televisiva distribuita da NetflixUnbelievable”.

Questi 8 episodi arrivati sulla piattaforma di streaming più potente ad oggi traggono ispirazione da un caso di cronaca realmente accaduto: l’intera storia si basa sulla segnalazione di T. Christian Miller e Ken Armstrong, pubblicata da ProPublica e The Marshall Project, su una serie di stupri nello stato di Washington e in Colorado.

Marie Adler è una ragazza giovane, giovanissima che ha alle sue spalle una serie di eventi già abbastanza sfortunati, data la sua tenera età: passata da una famiglia affidataria all’altra, una notte uno sconosciuto entra in casa sua e la violenta.

Lo stupro, la violenza sessuale sul corpo di un qualsiasi soggetto (uomo o donna che sia) è LA violazione per eccellenza della persona. Lascia addosso un marchio, un segno, una cicatrice che brucia appena la si sfiora.

Marie decide così di fare denuncia, di rivolgersi alle autorità, di sottoporsi ad una visita ginecologica invasiva quanto mai necessaria, ma a quel punto avviene l’intoppo: il detective che segue il suo caso la convince a confessare di non aver subito l’abuso.

Da quel momento la sua già sufficientemente fragile vita viene catapultata con uno spintone fortissimo verso un vortice di isolamento, perdita degli amici, perdita di credibilità agli occhi di chiunque, attacchi verbali sui social e anche la perdita del lavoro che le permetteva di avere una certa parvenza di indipendenza.

Parallelamente alla giovane vita di una ragazza che si sgretola giorno dopo giorno, due detective donne (appartenenti a due diversi distretti) cominciano a collaborare insieme, dopo essersi rese conto che i casi di stupro che ognuna di loro sta seguendo hanno moltissimi elementi in comune.

Decidono così di unire le loro forze per trovare il responsabile di questi gesti abominevoli, sempre più numerosi, sempre più violenti, sempre più complessi per l’assenza assoluta di tracce lasciate nelle diverse case.

Due donne completamente diverse: una più ligia, seria, incredibilmente fedele al suo ruolo di mamma e detective anche se sempre in bilico e l’altra, più sbracata e senza filtro, con quel pizzico di esperienza e di corazza in più, che troveranno l’incastro perfetto.

Tramite l’unione delle loro menti, della loro determinazione e caparbietà e grazie anche al fatto che sono donne con un pelo sullo stomaco alto così, riusciranno a scovare il colpevole e a farlo finire in carcere a vita e per sempre.

La serie è cruda, è un pugno nello stomaco, è uno schiaffo dato in faccia: è la sofferenza di Marie, che riuscirà poi a riprendere in mano la sua vita e l’immagine di questa ragazza, improvvisamente donna, che guida la sua macchina con i capelli mossi dal vento, odora di quella libertà che un essere violento aveva rischiato di portarle via per sempre.

Solo gli ultimi episodi si soffermano e indagano sulla figura dello stupratore, proprio perché prima entità sconosciuta e indeterminata.

Il volto di un soggetto evidentemente malato, arrogante e pieno di un desiderio distorto e violento: incapace di rendersene conto, tanto che non sa rispondere del perché lo abbia fatto, del motivo per cui abbia violentato tutte queste donne.

Un episodio a sera e non di più, per rendersi conto che i traumi esistono e vanno affrontati, ma solo se ci crediamo noi per primi e le persone con cui ci confidiamo.

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