American Skin | Una voce nel silenzio

American Skin | Una voce nel silenzio

Il cattivo non può vincere, il finale deve essere edificante. In un modo o nell’altro il cattivo deve morire.    

Codice Swordifsh, 2001     

 

Nate Parker, un nome che nel recente passato ha infiammato la piazza hollywoodiana e americana in generale, non certo per l’indiscutibile qualità della sua filmografia bensì per lo scandalo che lo vide coinvolto nel 2016, anno in cui il suo The Birth of a Nation sgomitava per accaparrarsi un posto di rilievo alla notte degli Oscar. Il clamore che lo espose alla pubblica gogna evaporò con la stessa rapidità con la quale era montato; purtroppo il danno era fatto e la sua immagine ne uscì pesantemente lesa. Poco importa se Parker passi la sua vita a dare voce ai disperati, aiutare giovani americani e offrire loro una via di fuga dalla strada e dalla delinquenza, Hollywood aveva ottenuto il suo colpevole e oggi gioielli pregiati come American Skin corrono il rischio di essere eclissati dall’ipocrita perbenismo dell’aristocrazia cinematografica.

Il veterano di guerra Lincoln Johnson (Nate Parker) tenta di riconciliarsi con il proprio figlio, in seguito a un turbolento divorzio con la moglie. Un controllo di routine in notturna da parte di una pattuglia della polizia si trasforma in tragedia e il giovane viene erroneamente ucciso. Il poliziotto responsabile della sua morte viene assolto da ogni accusa di omicidio e in breve tempo la storia viene dimenticata. Lincoln non riesce a sopportare l’ingiusta e impunita perdita del figlio e decide di farsi giustizia da solo. Imbastisce un vero e proprio commando e coadiuvato da dei giovani videomaker, a loro il compito di immortalare i fatti, assalta la stazione di polizia all’interno del quale il giovane poliziotto esercita, intenzionato a portare giustizia laddove il sistema fallato non è in grado di garantirla.

Il film è promosso da Spike Lee, massimo krappresentante nel cinema d’oltre oceano dei diritti degli afroamericani. American Skin non si propone di rappresentare l’ennesimo manifesto sociale contro le ingiustizie perpetrate da alcuni poliziotti per le strade del paese. Parker converte la rabbia e la disperazione di un padre in un’occasione di dialogo e apertura, all’interno della quale il qualunquismo e il politicamente corretto lasciano il posto ad una scrupolosa analisi sull’attualità americana. La sceneggiatura non incarna alcuna forma di perbenismo, nessuna architettura cinematografica che getti discredito verso le forze dell’ordine o che possa spaccare il pubblico in più fazioni. L’unica vittima, come spesso avviene, è il cittadino, condannato in certi casi a fare i conti con un sistema giudiziario lacunoso e con leggi che spesso non sono in grado di tutelare il civile così come i rappresentanti delle forze dell’ordine. Tema questo importantissimo, estremamente vicino anche all’Italia, in uno scenario sociale in cui cambiano gli interpreti ma non la sostanza.

Il film ha una struttura narrativa solida, sostenuta da interpretazioni importanti, partendo dallo stesso Parker e passando per Theo Rossi (ottimo nel ruolo di Shades in Luke Cage), fino al giovane Beau Knapp. Attori estremamente preparati e naturali, in grado di trasmettere al pubblico ogni emozione vissuta durante le fasi della pellicola.

Il tema alla base dell’intero film è la giustizia. Il personaggio di Lincoln non pretende di incarnare la figura del martire che si sacrifica perché il mondo sappia. Egli non sa cosa avverrà una volta fuori da quella centrale. Il suo scopo, il solo e unico, è quello di ottenere una giustizia anche morale per la perdita del figlio. La moderna guerra tra bianchi e neri, tra guardie e ladri, tra ispanici integrati e rinnegati, qui si combatte con il dialogo, grazie al quale chiunque ha diritto di sollevare una mano ed esprimere democraticamente le proprie convinzioni. È significativo come la giuria cernita per presenziare al processo del poliziotto comprenda insieme civili e detenuti.

I giovani videomaker presenti giocano un ruolo fondamentale: testimoniare al mondo come un padre abbia tentato di ottenere giustizia per il proprio figlio. Non bisogna però confondere le scelte stilistiche. Non si tratta infatti di un mockumentary, per chi se lo stesse chiedendo, ma i creatori del suddetto documentario sono parte integrante del tutto, vivono il proprio ruolo in maniera passiva, in attesa di montare con minuzia e talento ciò che l’occhio della telecamera cattura.

Il finale è di una generosità artistica conturbante. L’estrema verità fino a quel momento narrata, pura, umana, si fonde con i canoni cinematografici, così da originare un commovente e desolante epilogo che profuma di verità. Un omaggio, probabilmente volontario, a un film che ha fatto storia come Quel pomeriggio di un giorno da cani, di Sidney Lumet. Il lessico cinematografico è similare e il lieto fine hollywoodiano viene sfruttato e quasi schernito per portare agli occhi del pubblico la più atroce delle realtà. John Travolta dibatteva della pellicola di Lumet nel suo monologo in Codice Swordfish e concludeva seccamente:

«La vita è più fantasiosa della fiction a volte». E questa fiction, la quale si conclude magistralmente sulle note della Ninna nanna di Mercedes, di Javier Navarrete, omaggiando così anche Guillermo del Toro, allontana la fantasia e abbraccia la più truce realtà.

Il film è stato presentato da Spike Lee in anteprima mondiale alla 76ᵃ mostra del cinema di Venezia. Ad oggi non è dato sapere in quante sale e in quali paesi il film sarà distribuito. Si auspica che tra le divinità nel Pantheon del cinema ve ne sia qualcuna in grado di far muovere per il mondo una delle pellicole di denuncia più pure e romantiche di sempre.

 

AMERICAN SKIN

VOTO: 9

DURATA: 90min ca.

ANNO: 2019

PAESE: Stati Uniti

REGIA: Nate Parker

SCENEGGIATURA: Nate Parker

CON: Nate Parker, Omari Hardwick, Theo Rossi, Beau Knapp

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