KURSK | Vinterberg racconta una tragedia russa ancora inspiegata

KURSK | Vinterberg racconta una tragedia russa ancora inspiegata

Indignazione e rabbia, sono queste le motivazioni che hanno spinto il regista danese Thomas Vinterberg (Premio della Giuria a Cannes nel ’98 per Festen, candidato all’Oscar nel 2012 per Il Sospetto) a raccontare in un film la  tragedia del Kursk, sottomarino di punta della flotta russa, che affondò nel Mare di Barents nell’agosto del 2000. Kursk è stato presentato oggi alla 13. edizione della Festa del cinema di Roma.

Una tragedia che tenne il mondo intero col fiato sospeso per alcuni giorni nella speranza che i 23 membri dell’equipaggio, rimasti superstiti dopo l’esplosione dei missili a testata nucleare che il sottomarino trasportava per un’esercitazione, riuscissero ad essere salvati.

“Questa storia mi provoca rabbia e indignazione per l’ingiustizia politica e la mancanza di umanità” così spiega il regista a Roma.

Il 10 agosto del 2000 il Kursk, un sottomarino grande il doppio di un jumbo jet e più lungo di due campi da calcio, intraprese un’importante esercitazione militare. Due giorni dopo, due esplosioni, abbastanza potenti da riuscire ad essere registrate perfino dai sismografi in Alaska, affondarono il sommergibile nelle gelide acque del Mare di Barents. Dei 118 marinai a bordo solo 23 sopravvissero. Il mondo intero seguì le operazioni di salvataggio da parte della marina russa che per nove giorni rifiutò ostinatamente l’aiuto dei paesi stranieri.

Ancora oggi le cause che portarono all’affondamento del sottomarino, orgoglio della Flotta Settentrionale della Marina russa, non sono chiare e sono dibattute tra teorie di diverso genere. Tuttavia, incuriosito dalla storia, lo sceneggiatore Robert Rodart (Salvate il soldato Ryan, 1998) avvalendosi del contributo del Commodoro David Russel (nel film interpretato da Colin Firth) che guidò la missione di salvataggio dei superstiti del Kursk da parte della Royal Navy britannica, decise di farne un adattamento per il grande schermo, basandosi anche sul libro A Time to Die di Robert Moore.

“Scegliere di fare un film non è sempre una cosa razionale – spiega il regista Thomas Vinterberg -, ogni volta c’è qualcosa che ti attrae. Solitamente sono portato a rifiutare un progetto che non ho scritto io, ma questa sceneggiatura mi ha colpito da subito, i temi che ricorrono in essa erano gli stessi presenti nella mia storia: famiglia, indignazione politica, lotta contro il tempo, amore e morte”.

Kursk era una sfida a cui Vinterberg ha aderito soprattutto per l’opportunità di poter parlare di questi temi umani a lui assai cari. Nonostante la scarsità di materiale ufficiale a cui poter fare riferimento, il regista, autore insieme a Lars Von Trier del manifesto cinematografico noto come Dogma 95, non ha avuto dubbi sulla necessità di raccontare una storia così straziante.

“Questo film – continua Vinterberg – è un accordo, un compromesso tra la finzione e quella parte di realtà storica che rimarrà sempre sepolta sul fondo del mare. Oggi è un obbligo per il cinema guardare e indagare su questi momenti. Non volevo dare risposte, ma sforzarmi di offrire la verità sugli aspetti umani. Cerco sempre di tornare alla purezza”.

La storia personale dei membri dell’equipaggio superstiti alle esplosione è frutto di invenzione, nulla si sa su come questi trascorsero i giorni intrappolati sul fondo del mare rinchiusi nell’unico compartimento non del tutto allagato del sottomarino. Delle loro testimonianze ci sono giunti solo alcuni appunti di uno dei marinai dai quali Vinterberg con molta libertà ha scelto di creare un retroscena dello spaccato della vita personale dei personaggi e delle lunghe e fredde ore trascorse in attesa dei soccorsi.

“Abbiamo sentito una grande responsabilità verso le famiglie – ha detto il regista -, non abbiamo voluto portare sulla scena la loro storia. E abbiamo colmato con la creazione i buchi in quella parte della storia non nota”.

Gli aspetti personali della vita dei superstiti costituiscono certamente la parte più toccante del film. La loro lotta estrema per la sopravvivenza, il dolore delle famiglie, dilaniate dal desiderio e dall’urgenza di conoscere la sorte dei propri cari e al tempo stesso indignate per l’assoluta mancanza di sensibilità umana dimostrata dalla marina russa, in Kursk sono rappresentati con un linguaggio cinematografico estremamente diretto, netto e drammaticamente riuscito.

Nella versione originale Kursk è interamente interpretato in lingua inglese, anche per la parte russa, e la storia prende le distanze dagli accadimenti politici legati alla vicenda. Ciò ha portato molti a credere che dietro la realizzazione del film vi siano state delle intimidazioni da parte delle autorità russe, ma il regista nega.

“Non abbiamo ricevuto nessuna forma di intimidazione dalle autorità russe – sottolinea il regista -. Non volevo che la storia si trasformasse in un atto di accusa. Putin ha rischiato molto in quei giorni, ma ho pensato fosse più nobile e umile cambiare i nomi e non volevo che un attore portasse sulla scena l’ennesimo presidente. È stata una decisione cruciale: salvare l’orgoglio della nazione o le persone. È stata una scelta difficile, ma la vita di una persona vale più di tutto. La parte che più mi interessava era l’aspetto umano che riguardava la storia di queste persone.

Kursk indaga con delicatezza e realismo sulle forti e dolorose emozioni che i protagonisti di questo dramma vissero sulla propria pelle. Solo la creazione artistica può – e, secondo l’autore di Dogma 95, ha il dovere di –  riportare questo aspetto di cruciale importanza per comprendere la tragedia e che la comunicazione mediatica non poté approfondire fino in fondo.

Mi interessava raccontare questo aspetto della brutalità umana che avviene in ogni luogo. Io non volevo dare lezioni, volevo indagare su cosa succede quando il tempo sta finendo. La morte è uno dei tabù negli ultimi 100 anni”.

Vinterberg confessa di non aver avuto nessun contatto con le famiglie dei superstiti. Si è detto molto curioso di scoprire come sarà accolto il suo film in Russia, ma riconosce di essersi tolto una soddisfazione personale rispetto agli aspetti storici della vicenda nella scena in cui il bambino rifiuta di stringere la mano all’ammiraglio della flotta russa.

Kursk, interpretato da Matthias Schoenaerts (Premio César come miglior promessa maschile nel 2013 per Un sapore di Ruggine e ossa), Léa Seydoux (Palma d’Oro a Cannes per La vita di Adèle) e Colin Firth (Premio Oscar per Il discorso del Re), è passato con successo al Festival di Toronto e in Italia sarà in sala prossimamente distribuito da Videa.

 

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