PIAZZA VITTORIO | una Roma sparita

PIAZZA VITTORIO | una Roma sparita

Sarà fuori nelle sale il 20 Settembre il film documentario “Piazza Vittorio” di Abel Ferrara, regista statunitense autore di tanti film tra cui l’ultimo “Pasolini” uscito nel 2014. Il titolo della nuova pellicola è esplicativo quantomeno del luogo che andrà a ritrarre il documentario: la magica “Piazza Vittorio”, dove nel 1948 De Sica girò una delle scene più famose alla storia di “Ladri di Biciclette”. Era una Roma diversa, uscita devastata dalla guerra ma che guardava al futuro con l’entusiasmo di chi sa di esserne l’artefice. Oggi la situazione è cambiata, Piazza Vittorio, cuore pulsante del Rione Esquilino, è un vibrante centro di multietnicità della Capitale e l’atmosfera è quella di un luogo che vive tra magnificenza e degrado.

Tra le suntuosità dello stile umbertino della piazza, Abel gira il videodiario dando voce a storie di italiani o immigrati che abitano e vivono lì. E’ ritratto uno spaccato sociale incredibilmente divergente. Il clima, come già detto, è teso e un macellaio italo-egiziano in Italia dall’82,da sempre lavoratore dello storico mercato, poco dopo dell’inizio del film, descrive così il cambiamento: “Ho vissuto il mercato sia quando stava all’aperto e adesso, guarda che prima il mercato di Piazza Vittorio rappresentava Roma, Roma di Giulio Cesare a modo mio,Roma di Peppina, Giuseppina, Pizza Rughetta, la gente che camminava in mezzo al mercato, Piazza Vittorio era la risata, la presa in giro. Adesso Roma è aperta al mondo”. E’ proprio dai primi minuti che trapela il taglio di Abel, un documentario d’impatto che rincorre una Roma sparita, come urla un’anziana signora italiana nelle prime scene.

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“Piazza Vittorio” è la casa di romani affezionati al luogo anche se un po’ disincantati, lo è di egiziani, rumeni, cinesi, africani e molti mendicanti. Abel Ferrara con la sua camera riprende i loro gesti, le loro abitudini, conferisce un’umanità ai loro volti che si confondono tra quelli di migliaia di persone che passano ogni giorno per Piazza Vittorio. Nel documentario c’è spazio per due intervistati autorevoli, Matteo Garrone e Willem Defoe. Il film è impreziosito dal loro sguardo che non differisce poi così tanto dall’essere straniero in un posto, certo un immigrato di un altro livello. Lo stesso Abel si definisce un’artista immigrato, italo-americano, che sta registrando un documentario indipendente. Mentre si toccano punti in cui si relativizza il concetto dell’essere straniero, Garrone parla della sua Piazza Vittorio, di quella del suo primo film “Estate Romana” del 1989 e di quella in cui vive ora, dove gli stranieri rappresentano lo spessore del tessuto sociale Esquilino e sono stati capaci di ritagliarsi una loro occupazione, che sia in cantiere per i rumeni o nelle attività commerciali per i cinesi ecc. ecc. Il regista di Gomorra è affascinato antropologicamente dal contesto che ha creato l’immigrazione a Piazza Vittorio, la percepisce anche come un problema, ma di cui il nostro mondo ne è causa.

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Quando il videodiario si sposta su Defoe, il tono cambia. L’attore newyorkese sente meno quell’entusiasmo artistico di una Roma aperta al mondo, perché ha un animo più romantico che lo fa dispiacere quando “un tale barbone fa la cacca di fianco a due vecchiette che inorridiscono e ricordano i tempi passati”. Ma Defoe si dispiace da entrambe le prospettive, aggiunge “come gli italiani”. Sostiene che nessuno come gli italiani comprende il desiderio di viaggiare per cercare un’opportunità, ma tanti ormai sono stanchi.

La prospettiva della camera di Ferrara è a 360°, tra uno scorrere di stacchi di mendicanti si ferma su un volto di una donna italiana. E’spaventata, ha vissuto mesi per strada e ora tira avanti con una “pensioncina”. Mentre condanna le istituzioni, chiede aiuto per sé e per gli altri che vivono per strada, ubriacandosi della loro disperazione e commettendo sciocchezze. Poi ringrazia Papa Francesco che è economicamente vicino a queste persone.

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Lo sguardo di Abel Ferrara è così ampio da regalarci anche un incontro con CasaPound. L’immagine che trapela del piccolo partito italiano è diversa da quella percepibile dai media. Gli attivisti all’interno del palazzo occupato dal collettivo vantano la struttura come l’unico baluardo di cultura italiana nel quartiere. In seguito le loro parole non sono quelle dell’intolleranza. Considerano gli immigrati come manodopera sfruttata dalle multinazionali e dai poteri forti che “tengono in scacco” gli stessi popoli europei. L’immigrato non è nemico, se non fosse che, come vuole la legge marxista, aggiunge una ragazza di Casapound, ogni lavoratore che accetta condizioni di lavoro più basse diminuisce il livello di tutti i salari. Le prospettive di Casapound sfiorano poi orizzonti catastrofici tipici del linguaggio consueto al partito.

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La grandezza del documentario sta in questo: nel sommare una serie di episodi, di incontri di una diversità edulcorata. Quelli raccontati sono solo alcuni momenti della pellicola che passa anche per altri personaggi casuali, dal guineano che chiede soldi perché risponda alle domanda alla vecchietta che canticchia in Piazza Vittorio. Solo la visione completa del documentario può regalare allo spettatore l’emozione di immergersi in un luogo millenario dove molte persone vivono l’instabile sensazione di sentirsi o non sentirsi a casa proprio. L’atmosfera ricreata da Abel Ferrara è meravigliosa, dopo ogni bongo c’è sempre un attimo di romanità. Le conversazioni con le persone consegnano allo spettatore un punto di vista vivo e sempre diverso. L’obiettivo di Abel era probabilmente anche quello di avvicinare il microcosmo meticcio di Piazza Vittorio all’intera situazione italiana, dove gli italiani conservano la loro tradizionale generosità ma sono sempre più stufi ed esausti di immigrazione, che, per varie ragioni, anche legittime, considerano un’invasione.

Nel complesso la pellicola di Abel si presenta, quindi, come un ottimo lavoro e studio di ricerca. Ma non sono soltanto i contenuti e i dialoghi a rendere grande il documentario. Una serie di aspetti più esteriori, dal montaggio alle musiche, dalla naturalezza delle immagini alle improvvisazioni dei personaggi, impreziosiscono ancora di più il lavoro di Abel, che ci regala un monumento di romanità, o meglio, di come si trasforma. E si comprende dalle bocche di tutti gli anziani signori intervistati, trasferitisi a Roma 50 anni fa quando la città era splendente, che ora vi abitano ancora ma con meno entusiasmo, con lo sdegno di chi vive in una città trascurata, perché non potrebbe dirsi altrimenti.

VOTO 9

TITOLO Piazza Vittorio

DURATA 82 minuti

REGIA Abel Ferrara

PRODUZIONE Mariposa Cinematografica, Enjoy Movies

CAST Willem Defoe, Matteo Garrone

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