Plus Ultra e meno male che era socialista
Bisognerebbe cominciare dalla fine, da questa scena: un ex presidente del Consiglio dei ministri di Spagna, socialista, riformista, padre delle nozze gay iberiche, il premier che faceva ritirare le truppe dall’Iraq, José Luis Rodríguez Zapatero, convocato il 2 giugno davanti al giudice istruttore José Luis Calama dell’Audiencia Nacional.
Indagato per organizzazione criminale, falsificazione di documenti e traffico di influenze illecite. Rileggete questa frase. Ancora una volta, piano.
Non è una cosa che capita tutti i giorni, in realtà non era mai capitata.
La storia, nella sua architettura, è quasi troppo perfetta per essere vera e quindi è vera. C’è una compagnia aerea che si chiama Plus Ultra, già il nome è un programma, uno stemma imperiale, un ossimoro aziendale: vola con quattro aerei. Copre lo 0,03 per cento del traffico aereo spagnolo, perde soldi dalla sua fondazione nel 2015 come se perdere soldi fosse la sua ragione sociale, e che nel marzo del 2021, nel pieno della pandemia, riceve dallo Stato spagnolo cinquantatré milioni di euro.
Per una compagnia che, dicono gli atti, non aveva i requisiti nemmeno per partecipare al bando: le regole del fondo FASEE escludevano le aziende già in crisi prima del Covid, e Plus Ultra era in crisi dalla nascita.
Come si fa a prendere cinquantatré milioni quando non si hanno i requisiti per prenderli? Questa è, in fondo, la domanda di tutto il processo.
La risposta che danno gli inquirenti dell’Unità contro la Criminalità Economica e Fiscale, la UDEF, un nome che suona come una sigla di fantascienza, è che ci si riesce se si conosce qualcuno.
Anzi, se si paga qualcuno che conosce qualcuno.
Il sistema, secondo l’ordinanza del giudice Calama, era una “struttura organizzata, stabile e gerarchizzata”. Non lobbying, dunque.
Qualcosa di più compatto, di più verticale, di più…professionale.
Gli azionisti di Plus Ultra non erano spagnoli, erano venezuelani. Rodolfo Reyes, Camilo Ibrahim, nomi che rimandano a quella galassia di capitali bolivariani che negli ultimi vent’anni ha circolato per l’Europa occidentale cercando agganci e schermi legali.
E in altri messaggi intercettati, i manager della compagnia facevano riferimento esplicito al loro pana (amico, in venezuelano) Zapatero, come a colui che stava muovendo i fili presso la SEPI, la holding pubblica industriale, e presso il Banco Santander.
L’ex premier, secondo la tesi investigativa, avrebbe incassato circa 700.000 euro su un totale di quasi due milioni di profitti illeciti transitati attraverso una costellazione di società. Tra queste, la What The Fav, gestita dalle figlie di Zapatero. Il nome della società è, anche in questo caso, tutto un programma.
Zapatero ha risposto con un videomessaggio. Ha detto che ogni suo reddito è tracciato e trasparente. Ha il diritto di dirlo, e il diritto, sacrosanto, costituzionale, alla presunzione di innocenza. La magistratura dovrà dimostrare quello che afferma. Potrebbe non riuscirci ma il quadro che emerge dagli atti è già sufficiente per chiedere, almeno, un supplemento di spiegazioni che vada oltre il videomessaggio.
Perché il punto non è solo Zapatero. Il punto è il sistema che Zapatero, secondo i giudici, avrebbe attraversato e usato. Il fatto che la SEPI abbia deliberato il salvataggio di fretta, basandosi esclusivamente sulle relazioni degli auditor pagati dalla stessa Plus Ultra, lo hanno ammesso ex dirigenti dell’ente davanti al Senato spagnolo, racconta qualcosa di più grande di un singolo ex premier che fa il consulente per i suoi amici venezuelani. Racconta di un apparato che, nel momento dell’emergenza, ha smesso di controllare o ha preferito non farlo.
In Spagna il caso si intreccia con altre inchieste che sfiorano l’attuale governo Sánchez: l’ex ministro Ábalos, il fratello del premier, la moglie del premier.
La destra urla alle elezioni anticipate.
La sinistra parla di persecuzione giudiziaria.
Entrambe, come al solito, hanno un po’ ragione e molta convenienza.
Ma al netto dello scontro politico, rimane una domanda che appartiene a tutti: cinquantatré milioni di euro pubblici, dati a una compagnia che non aveva diritto di riceverli, in un paese dove in quei mesi chiudevano migliaia di piccole imprese.
Chi ha deciso? Chi ha firmato? E chi, eventualmente, è stato ringraziato?
Sono domande senza retorica. Il 2 giugno, almeno in parte, si comincia a rispondere.




