Pietro Maso libero: la conquista del perdono

Pietro Maso libero: la conquista del perdono

Pietro masoLa cronaca di questi giorni ha portato alla ribalta la liberazione di Pietro Maso, ex ragazzo «della Verona bene» che nel 1991 uccise i genitori per impossessarsi dell’eredità. Ora ha finito di scontare la sua pena, inizialmente di 30 anni e due mesi, ma con l’indulto e la liberazione anticipata la pena si è ridotta a 22 anni.
Tra l’altro non è il solo e sono fuori Erika De Nardo, Omar Favaro, Ruggero Jucker e Ferdinando Carretta, tanto per rimanere sui personaggi più noti nell’ambito di delitti  contro la famiglia.
Pietro Maso ci ha messo sedici anni, prima di guadagnarsi la possibilità di mettere il naso fuori dalla cella. Nel 2008 ha iniziato a usufruire del regime di semilibertà, lavorando di giorno come addetto alle pulizie, al Provveditorato Regionale delle Carceri, e la sera tornava in cella, tranne i fine settimana che trascorreva con la sua famiglia, quella che lui si era costruito sposandosi nel 2006,  perché aveva deciso di tornare a vivere una vita normale.
Storie come queste ci lasciano sempre perplessi, e l’opinione pubblica si spacca e non comprende come può essere possibile che per fatti così efferati si possa tornare a gustare la libertà; si ha la sensazione che non ci sia giustizia adeguata. Eppure è l’effetto delle  leggi  che ci siamo date vivendo, per fortuna, in un paese democratico, dove la carcerazione è tesa non tanto alla punizione  ma al recupero del reo.
Nel caso di Pietro Maso, pare che questo principio abbia funzionato e il suo percorso detentivo  è stato irreprensibile tanto da usufruire di tutti i benefici previsti dall’ordinamento.
Ci si domanda perché si fa tanta fatica ad accettare il reinserimento nella società di chi ha sbagliato, se ha poi compreso il suo errore e ha fatto di tutto per riparare?
Un’altra cosa vale la pena di sottolineare in questa vicenda, che le cronache, oltre a rivangare tutta la brutalità del gesto di Pietro Maso, forse involontariamente, hanno riportato, ed è stata quella che ad attenderlo per portarlo a casa, dopo la sua liberazione, vi erano le due sorelle, Laura e Nadia,  le quali già da un po’ di anni hanno perdonato il fratello.
Questo particolare, poco enfatizzato dalla stampa, è di una importanza fondamentale, perché uscire fuori da un fatto come questo è complicatissimo a livello psicologico e per Pietro aver ricevuto il perdono dalle sorelle ha contribuito, sicuramente, moltissimo a ridargli serenità e la possibilità di guardare al suo futuro con speranza.
Questo ci dice innanzitutto come non ci sia nulla che non possa essere perdonato, ponendoci poi un grande interrogativo: se le sorelle sono riuscite a dare il loro perdono, chi siamo noi per continuare  a puntare il dito sulle colpe di Pietro Maso?
Ho letto dei commenti in proposito che esprimono una violenza tale,  da essere peggiori del crimime che si condanna e mi piacerebbe guardare negli occhi queste persone e chiedergli se mai hanno conosciuto il perdono e gli effetti che questo produce su chi lo riceve, ma anche su chi lo concede.
La gente è assetata  di una pseudo giustizia e volentieri, solo per la brama di curiosità fine a se stessa, vorrebbe scavare nell’intimità di questo uomo, della sua famiglia, ma nessuno ha il diritto di violare la privacy di un altro. Bene ha fatto una delle sorelle  a trincerarsi dietro un “no comment”, rispondendo ad un giornalista, precisando “Mi spiace, non faccio commenti, non rilascio interviste, dovete lasciarci in pace”.
Pietro Maso ha  sentito il bisogno si raccontare la sua storia in un libro, intitolato ‘Il male ero io‘, edito da Mondadori, nel quale parla del suo viaggio interiore compiuto con  l’aiuto di un prete, don Guido, dove con non poca difficoltà è riuscito a prendere coscienza del suo stato e piano piano, con molta fatica, passo dopo passo, si è incamminato verso la libertà.  Non la libertà della barre del carcere, che poi è una conseguenza di un percorso dentro leggi e regolamenti, ma quella interiore che è molto più importante, perché si può essere prigionieri anche fuori dal carcere: il mondo ne è pieno. Questo dovrebbe bastare a chi vuole conoscere di più sulla redenzione di questo uomo, che ora ha il diritto di vivere la sua vita senza che nessuno lo additi come un fenomeno da studiare: è solo un uomo tornato alla vita dopo aver gustato la morte interiore.
A chi non accetta ciò, forse vale la pena di ricordare che perdonare non è un atto di debolezza, ma di maturità, di responsabilità e vuol dire riconoscere la propria fragilità, valorizzando l’umanità delle persone che ci circondano.
Tutti noi abbiamo bisogno di essere perdonati durante la nostra vita, per sbagli grandi e piccoli e tutti avremmo il dovere di perdonare, perché non farlo ci viene solo dalla superbia e dall’orgoglio, che ci impedirà di superare il  rancore ed essere liberi.
Nel perdono si ritrova la bellezza e la forza della libertà, che si raggiunge solo dopo esserci spogliati dall’egoismo ed egocentrismo. Solo dopo il perdono si potranno risvegliare in noi una delle qualità umane più belle e utili nei tempi che che stiamo attraversando: l’umiltà!
Non vale neanche cercare di mettere a tacere la nostra coscienza pensando di aver perdonato, dicendo “perdono ma non dimentico”. Così si continua a portare dentro il fardello del rancore, pronto a scagliarlo contro l’altro al primo errore. Perdonare invece significa cancellare il male subito, perché solo dopo saremo veramente liberi.
Diverso è il fatto che per il perdono ogni individuo ha bisogno di tempi diversi, perché questo dipende da molti  fattori e diventa ancora più difficile, ad esempio,  quando a ferirci sono le persone  affettivamente più vicine a noi, perché su di esse abbiamo “investito” di più. Da queste persone ci si aspetta amore e se non lo riceviamo la ferita che provoca fa più fatica a rimarginare.
Dunque in generale il perdono può guarire una persona ed è un grande esercizio da praticare nella nostra vita. Aver compreso questo è quello che ha guarito e reso libero Pietro Maso.

Sebastiano Di Mauro
19 aprile 2013

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