Chernobyl, 40 anni dal più grave disastro nucleare della storia
Una città una volta considerata il volto del futuro ridotta ad uno scheletro di cemento armato svuotato di vita e popolazione. Una vegetazione lussureggiante e bucolica trasformata in aspra selva rossastra e contaminata. La vista tanto imponente quanto malinconica di una ruota panoramica che svetta su un parco giochi destinato al divertimento di bambini che non verranno mai.
Il disastro nucleare di Chernobyl non ha certo bisogno di presentazioni. Una tragedia tanto devastante da trascendere i confini del dramma e ritagliarsi un posto nella cultura popolare. L’ennesima riprova di come siano da sempre Eros e Thanatos a plasmare l’immaginario delle masse.
In occasione dei quarant’anni del disastro ripercorriamo la storia dell’incidente e del suo impatto sociale e culturale. Come si è arrivati al quadro da noi descritto in questa introduzione, chi furono i protagonisti di questa storia e quali conseguenze ebbe sulla coscienza collettiva.
L’incidente
A metà degli anni ’80, in piena Guerra Fredda, Prypiat era una delle città più sviluppate e avanzate dell’Unione Sovietica. Parte del merito, era anche della vicinanza del centro cittadino alla centrale nucleare di Chernobyl, uno degli impianti nucleari più potenti del blocco orientale. Nessuno poteva immaginare che proprio da quel luogo, da tutti visto come motivo di vanto per la comunità, sarebbe partita la catastrofe.
Nella notte tra il 26 e il 27 aprile, alle ore 1:23:45, un esplosione di vapore ad altissima pressione scagliò in aria il coperchio in acciaio da oltre mille tonnellate che copriva il contenitore del reattore numero 4 della centrale. Una nube di idrogeno e grafite fuoriuscì dal reattore rimasto così scoperto, ed entrò in contatto con l’aria causando una seconda, più potente esplosione. Questa, oltre a distruggere quasi interamente l’edificio rilasciò nell’aria un’enorme quantità di isotopi radioattivi che contaminarono la zona circostante.
Gli antefatti
L’incidente avvenne in seguito ad un test atto a verificare la possibilità di alimentare il sistema di raffreddamento della centrale anche in assenza di energia elettrica, utilizzando l’energia prodotta dal movimento inerziale delle turbine prima dell’attivazione dei generatori di emergenza.
Errori umani. Problemi strutturali. Pecche burocratiche e amministrative. Il tragico risultato finale fu l’apice di una serie di concause andatesi ad allineare nel modo più sbagliato possibile, portando ad un distruttivo effetto domino le cui conseguenze abbiamo modo di osservare ancora adesso. Tra queste concause possiamo calcolare il fatto che le barre di controllo fossero realizzate anche in grafite, oltre che in boro. Che l’esperimento venne rimandato di oltre dieci ore, portando ad occuparsene una squadra diversa da quella che si era preparata allo scopo. Tutto questo oltre alle gravissime violazioni dei protocolli di sicurezza da parte dei direttori dell’esperimento.
Si può dibattere a lungo su quale di queste motivazioni abbia influito maggiormente sugli eventi, ma ciò non cambia il risultato finale. Un’ecatombe nucleare che portò all’evacuazione dell’intera città di Prypiat e ad un’operazione di contenimento tanto costosa quanto tragica.
Le conseguenze
Miliardi di dollari di danni. Migliaia di vittime causate in maniera diretta (o indiretta) dalle radiazioni. Interi paesaggi contaminati. E un danno incalcolabile alla credibilità internazionale dell’Unione Sovietica in piena Guerra Fredda.
Questo il risultato dell’incidente di Chernobyl. Un incidente che segna uno dei capitoli più cupi della storia dell’Europa dell’Est, ma al contempo uno dei più onorevoli e nobili per una parte della sua popolazione. Parliamo dei liquidatori, migliaia di cittadini, tra vigili del fuoco, militari, personale specializzato e semplici volontari, che con una protezione minima si occuparono della decontaminazione e della bonifica del territorio, nonché della costruzione del cosiddetto “sarcofago”. Quest’ultimo è una struttura di fortuna realizzata in acciaio e cemento armato atto a contenere quanto rimaneva del reattore della centrale. Nel corso degli anni però, il sarcofago fu sottoposto nel corso degli anni a numerosissime ristrutturazioni e rinforzamenti dovuti alla sua inadeguatezza a contenere il materiale radioattivo.
Cosa ci è rimasto di Chernobyl?
“Non parlo al mondo come prima, ma parlo a vuoto come Prypiat.”
Così cantava Caparezza nel brano omonimo contenuto nell’album “Exuvia” del 2021. Uno dei tanti, piccoli, ma significativi segni che ci ricordano come la più grande conseguenza di Chernobyl non è la contaminazione nucleare, le mutazioni genetiche, le malattie, la nascita di città fantasma o la distruzione della reputazione di un paese.
Si tratta piuttosto dell’impatto sul nostro modo di pensare, immaginare ed intendere gli incidenti e i rischi legati a fonti di energia potenti e difficili da controllare come quella nucleare. Più che una semplice tragedia Chernobyl è più che altro un monito sulla fallibilità dell’essere umano, su come il mito del progresso spesso e volentieri serva più che altro a illuderci della nostra capacità di controllare forze ben oltre la nostra portata, e di come possano bastare un paio di errori burocratici a scatenare eventi in grado di ricordarci quanto piccolo sia il nostro ruolo nel grande schema delle cose. E questo ci fa molta più paura di qualsiasi radiazione.




