Ordo ab chao. Il Grande Medio Oriente, l’impero colpisce ancora
Ordo ab chao. Il motto massonico sintetizza alla perfezione come il tentativo di stabilire un ordine dal caos, o comunque di dare forma a ciò che forma prestabilita non ha, sia prerogativa umana. Ciò è possibile però, solo esercitando una forza, uno sforzo: fenomenologia di una volontà che si aspira a far perdurare nel tempo. Sin dagli albori della civiltà, l’uomo, riunitosi in gruppi, ha tentato di organizzare numerose società attraverso diverse forme di governo, al fine di garantire al proprio gruppo sopravvivenza pacifica o supremazia più o meno violenta.
Siamo soliti fare i conti con una vasta costellazione di forme di governo, de facto e de iure oseremmo dire; tuttavia, crediamo che solo due siano i poli opposti della gestione del potere: monarchia e democrazia. Abituati a questa visione dicotomica, è consueto sposare ulteriormente la diade monarchia-democrazia a una duplice visione manichea del mondo in cui tutto è ridotto a Bene e Male.
Nella nostra società, che non sta diventando sempre più complessa ma che lo è sempre stata, ragionare in modo riduzionistico è sciocco. Di fatto, una certa narrazione semplicistica e di massa ci ha abituati a vedere i grandi eventi storici, antichi e moderni, sotto forma di scontri tra civiltà (altre dualità): Greci contro Persiani, Romani contro Barbari, Cristiani contro Musulmani, Fede contro Scienza, Occidente contro Oriente; dimenticando che a stabilire il punto zero della rotta siamo stati sempre noi che, una volta definita l’Europa come centro del mondo, abbiamo deciso di tracciare linee e confini per meglio identificarci e, soprattutto, identificare l’altro, il diverso da noi.
Fatto questo è stato semplice e narcisistico definire tutto ciò che culturalmente ci appartiene come “giusto”: le nostre forme di governo, la nostra religione, i nostri usi e costumi, finanche i gusti gastronomici. Da qui l’imperituro fardello dell’uomo bianco non si è mai alleggerito, si è modificato forse, e se non era più necessario civilizzare, alfabetizzare, istruire allora si è dovuto esportare anche il modello politico e con esso le strutture che questo modello supporta: le forme di governo, la democrazia.
Prendiamo a esempio la teoria dell’anaciclosi di Polibio, secondo la quale monarchia e democrazia non si trovano ai poli opposti in quanto prive di una connotazione positiva o negativa che sia. Queste due forme di governo, secondo lo storico greco, appartengono a un ciclico modificarsi della società che, autodeterminandosi, richiama a sé la necessaria forma di organizzazione politica che più è opportuna alla società di quel momento – non senza passaggi intermedi tra aristocrazia e oligarchia, naturali degenerazioni di questo eterno divenire. In una visione del mondo ciclica, che da Vico a Nietzsche è state sempre suffragata, credere che la democrazia possa essere l’unica via è miope. Cercando di avere una visione globale – e non globalizzata attenzione – gli eventi degli ultimi cinquant’anni basteranno a comprendere come il tentativo di esportazione di alcune sovrastrutture sociali sia stato incredibilmente fallimentare e, tentando di guardare a est dell’Europa verso quello che Robert D. Kaplan chiama Il Grande Medio Oriente, possiamo vederne il fallimento. Lo storico, nel volume edito per Marsilio, che riporta come secondo titolo Viaggio al centro della storia tra impero e anarchia, vede in quest’ultima la somma degli sforzi di attuare un modello sociale che si scontra irrimediabilmente con una cultura i cui valori restano troppo lontani dai nostri.
Nella vasta area che va dal Mediterraneo allo Xinjiang, regione più a ovest della Cina, troviamo numerosi stati ma un’unica regione geografica le cui caratteristiche morfologiche hanno condizionato per secoli le civiltà che l’hanno abitata. L’unico reale controllo di questo vasto areale, spesso desertico e dall’orografia impervia, è avvenuto sotto l’egida di imperi millenari, ben prima dell’arrivo dell’Islam. Successivamente, alla morte di Maometto, la vera tragedia fu non lasciare ben definite disposizioni per l’autorità politica temporale; da qui originò quella frammentarietà ancora insanabile dell’oriente islamico. Ma senza troppo abbandonarsi ai secoli, dopo la Seconda Guerra mondiale e la nuova dicotomia Stati Uniti-Unione Sovietica, il tentativo di dar vita a istituzioni democratiche nei paesi del Medio Oriente ha solo portato a un rigurgito della democrazia stessa, per tornare, dopo una complessa fase di anarchia, alla restaurazione di un “impero”. Che un esempio valga per tutti: in Iran la cosiddetta rivoluzione bianca dell’allora scià Reza Pahlavi, che in potenza avrebbe potuto portare a una ben più definita democratizzazione del paese, portò invece alla celebre rivoluzione del 1979 che si concluse col ritorno di Khomeini e l’instaurazione della teocrazia attuale. Ciò, sospendendo qualsivoglia giudizio morale, ci insegna che non sempre la strada da percorrere è quella della democrazia, ma sarebbe meglio auspicarsi che, qualora la monarchia fosse la soluzione più idonea, che almeno il monarca sia, come diremmo noi figli d’Occidente, un despota illuminato in grado di saper amministrare il suo stato e il suo popolo senza soffocare i diritti umani, tessere sane e proficue relazioni diplomatiche con i suoi vicini, gestire le istanze più violente della sua gente. Ma anche se così non fosse, ciò che più dovremmo temere in questa particolare parte del mondo è l’anarchia che è sempre dilagata quando abbiamo congiurato contro il tiranno, quale che sia il suo nome: in Afghanistan, in Iraq, in Libia.
E anche se questo ultimo inciso suonerà familiare solo ai lettori nostrani, Tomasi di Lampedusa che conobbe la monarchia, la dittatura e la repubblica scrisse: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».




