Il memorandum che non serviva a nessuno finché non è stato sospeso
Firmato nel 2003 e ratificato solo nel 2016, l’accordo di cooperazione nel settore della difesa tra Roma e Tel Aviv è un quadro giuridico senza obblighi operativi e fin qui tutto torna, possiamo stare tranquilli. Ma la sua eventuale sospensione avrebbe conseguenze concrete, diplomatiche, tecnologiche e strategiche che non possiamo far finta di ignorare.
Tralasciando le opinioni personali sull’operato della Meloni nei confronti dell’attuale guerra in atto, tutta l’analisi dello strappo con Trump, tutto il discorso sul Papa e chi più ne ha più ne metta, cerchiamo di capire cosa sta succedendo con Israele.
Partiamo dalle basi: cos’è il memorandum.
Il 16 giugno 2003, a Parigi, i ministri della Difesa Antonio Martino e Shaul Mofaz firmarono un accordo quadro destinato a regolare la cooperazione tra i due Paesi in materia di difesa.
Struttura: undici articoli, rinnovo automatico quinquennale, entrata in vigore solo nel 2016 con la ratifica italiana.
Siamo italiani ed abbiamo i nostri tempi, la Salerno Reggio lo dimostra.
Il testo copre cooperazione industriale, trasferimenti tecnologici, formazione del personale, ricerca e sviluppo, scambi di materiali militari.
Quello che non prevede è altrettanto importante: nessun obbligo di acquisto di armamenti, nessun impegno a schierare truppe, nessuna clausola di mutua difesa, Non dobbiamo confonderlo con un trattato NATO. Non è nemmeno lontanamente paragonabile a un accordo bilaterale di sicurezza operativa.
“Dal lato israeliano è più un simbolo politico-diplomatico che un vero pilastro militare.”
Ma perché Tel Aviv lo considera svuotato?
Quando la parte israeliana definisce il memorandum privo di “contenuti concreti”, non sta sminuendo l’accordo per polemica diplomatica.
Sta descrivendo semplicemente una realtà tangibile: nei vent’anni dalla firma, la cooperazione militare effettiva quindi addestramenti congiunti significativi, grandi trasferimenti di sistemi d’arma, progetti integrati di difesa non è mai decollata in modo paragonabile a quanto avviene con altri partner europei di Israele come Germania, Grecia o Cipro.
L’accordo ha funzionato prevalentemente come base giuridica formale per legami già esistenti, senza generare un valore operativo aggiuntivo tale da renderlo strategicamente indispensabile per la sicurezza israeliana.
Riassumendo è un accordo di doppia natura: abbastanza importante da essere un segnale politico, abbastanza vuoto da non costituire una vera perdita operativa se sospeso.
La domanda che va realmente posta è: cosa perde l’Italia?
Ipotizziamo due scenari:
Scenario intermedio
Israele riduce il livello di confidenza bilaterale: meno coordinamento su dossier sensibili, intelligence, contrasto al terrorismo e preferenza accordata a partner come Francia, Germania e Grecia. L’Italia perde quote nei contratti di cooperazione industriale e nel settore difesa. Il danno è moderato: pesa sulla credibilità diplomatica e sui settori hi-tech, non sul PIL complessivo della nazione!
Scenario da grattacapo
Se l’UE arrivasse a sospendere parti significative dell’accordo di associazione con Israele e l’Italia fosse percepita come parte della “fazione critica”, Tel Aviv la riclassificherebbe come partner meno prioritario.
E che significa?
Blocco di progetti di ricerca e sviluppo in ambiti delicati (cyber, sensori, elettronica di difesa), riduzione della presenza di multinazionali israeliane sul territorio italiano, perdita di posizionamento nel triangolo mediterraneo UE–Israele–USA.
In entrambi i casi il danno non è immediato né catastrofico.
Il danno è strutturale: riguarda innovazione, integrazione tecnologica e credibilità strategica più che shock economici diretti.
Capiamo il quadro commerciale e tecnologico
Con oltre 4,3 miliardi di euro di interscambio nel 2024, l’Italia è il terzo partner commerciale europeo di Israele. Ma è nei settori ad alta tecnologia (cybersecurity, aerospazio, agritech, medicina di precisione, ecosistema start-up) che la relazione ha il maggiore valore potenziale per Roma. Sono ambiti in cui l’ecosistema israeliano è competitivo a livello globale e molto corteggiato da altri Paesi UE.
L’Italia non ha bisogno di Israele per la sicurezza primaria ma ne ha bisogno come fonte di tecnologia avanzata e come partner nel Mediterraneo.
Il quadro complessivo è quello di una relazione asimmetrica: Israele non dipende dall’Italia per la propria sicurezza ma apprezza Roma come mercato industriale e porta europea. L’Italia non ha bisogno di Israele per la propria sicurezza primaria ma ne ha bisogno o ne beneficia come fonte di tecnologia avanzata, come interlocutore su dossier mediterranei e come accesso a canali informativi informali che altri partner europei mantengono più solidi.
È questa asimmetria che spiega perché, nella logica israeliana, la sospensione del rinnovo non sia percepita come una vera minaccia operativa, mentre per l’Italia rappresenta comunque un segnale da non sottovalutare: non per quello che costa oggi, ma per quello che potrebbe costare domani in termini di peso geopolitico e competitività tecnologica.




